comunicare con l’inps è facile

Maternità è anche questo.

Sono  a Milano a casa dei miei da una settimana.  Finalmente ho una mattina libera visto che ho spedito nonno (sempre super impegnato) e bambino a fare una passeggiata in  brughiera.

Dovrei lavorare, ho molto da fare e un arretrato da paura. E invece stamattina decido di recitare:  Matrix, la ricerca della verità. Voglio parlare con l’Inps. Per varie ragioni non ho ancora ricevuto il mio assegno di maternità e ho bisogno di informazioni per risolvere questa faccenda.

Vado sul sito dell’Inps: l’home page parla chiaro dice “comunicare con l’Inps è facile”. Sono contenta dico già mi immaginavo un girone dantesco. Qualcuno mi risponderà, e loro certamente sapranno aiutarmi.

Dunque chiamo subito il numero verde indicato nel sito. Sei volte: le prime cinque mi dicono che ci sono troppi utenti in linea, la sesta arrivo praticamente vicina al premio ma quando sta per scattare il paradiso la linea cade. Altre due volte e di nuovo ci sono troppi utenti. Un colpo di fortuna sprecato!

Non demordo. Penso ora chiamo qualche sede piccola di provincia, qualcuno mi risponderĂ , e loro certamente sapranno aiutarmi.

Mi armo. Di pazienza. Ma non credevo ce ne volesse tanta.

Mi ci metto e chiamo tutta una serie di sedi della Lombardia. Qualcuno mi risponderà, e loro certamente sapranno aiutarmi. Per ogni sede ascolto la griglia di proposte e digito il numero corrispondente a “maternità”. Ma poi:

Abbiategrasso: non risponde.

Cinisello Balsamo: non risponde.

Magenta: non risponde.

Codogno (Lodi) la maternità non rientra nemmeno nelle opzioni di scelta numeriche dunque la vocina mi dice attenda per essere messa in contatto con un operatore. Dopo vari minuti la stessa voce mi dice l’interno richiesto è occupato, di seguito l’interno richiesto non ha casella vocale, di seguito l’interno richiesto non esiste. Cade la linea.

Carate Brianza: non risponde

Desio: non risponde

Melegnano: non risponde

Gorgonzola: non risponde

Melzo: non risponde

Milano Baggio: non risponde

Milano Corvetto: non risponde

Milano fiori: sempre occupato

Milano Lorenteggio: non risponde

Milano Missori: sempre occupato

Milano Niguarda: non risponde

Milano Nord: non risponde

Seregno: non risponde

Vimercate:  madonna mia rispondono, sono così emozionata che mi manca il fiato, però non sanno proprio che cosa siano i lavoratori enpals (che non è collaboratrice domestica cerco di spiegargli ma lavoratori dello spettacolo sigh!), mi dice che devo chiamare l’ufficio aziende di Milano nord, mi dà il numero. Ringrazio.

Chiamo lì, c’è un centralino, qualcuno mi risponderĂ , e loro certamente sapranno aiutarmi.

Milano Nord. Il centralino risponde ma  gli interni che mi passa no.  Nessuno dei tre. Tutte e tre  le volte la linea ritorna al gentile centralinista che alla fine dice   signora non rispondono, può provare piĂą tardi. Ma io resto attaccata a quella voce come una cozza nera, gli racconto tutto, mi sfogo, conto le telefonate e poi gli spiego il mio problema per filo e per segno, la mia maternitĂ  persa nell’aere. Lui non batte ciglio, resta lĂ  impassibile, ascolta ogni sillaba come il piĂą pagato degli psicologi. Poi quando io tiro un sospiro con la stessa identica voce di prima dice: signora gliel’ho detto riprovi piĂą tardi, qualcuno risponderĂ  e loro certamente sapranno aiutarla.

Certo.

Ma sono stanca.

E poi è tornato il nonno dalla brughiera.

big1

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silvia ferreri il marzo 5th 2010 in lavoro femminile, maternitĂ , vita quotidiana

scuole e scuole

E’ di qualche giorno fa la notizia di genitori in coda dalle quattro del mattino davanti a una scuola elementare romana per iscrivere i figli. I posti, ridotti a 20 dopo la riforma,  erano tanto ambiti da rendere necessario un criterio di selezione naturale evidentemente più duro e da veri uomini rispetto a una semplice domanda con allegata dichiarazione dei redditi. Metodo peraltro a mio avviso assai poco indicativo in un paese ove vige la costante elusione fiscale e in cui le dichiarazioni dei redditi di certi sono più leggere di quelle dei loro dipendenti.

La scuola a tempo pieno è un diritto che già da qualche tempo (ricordate il governo Berlusconi precedente all’ultimo Prodi) viene messo in dubbio dai politici per così dire meno progressisti.

E la riforma Gelmini ha definitivamente portato a termine un progetto di vita, e non di scuola piĂą volte tentato dalla destra italiana. Ovvero a pomeriggio i bambini restano a casa con le madri, la scuola chiude, e le donne sono costrette a lasciare il lavoro. Come vedete ci si guadagna da entrambe le parti: la socialitĂ  risparmia e il livello di disoccupazione si abbassa. Non fa una piega.

Qualche giorno fa mi sono trovata a una festa di figli di amici (di amici veri, non come dice la Denise di quelli che sei obbligata a frequentare per soddisfare il figliolo tiranno anche perché il mio ha dieci mesi e gli amici glieli scelgo ancora io J) insomma dicevo ero a una festa di compleanno del figlio di amici, mi sono seduta a far mangiare il mio pulcino e ho ascoltato un po’ di voci parole discorsi che salivano in qualche modo da quel baccano che sono trenta bambini che giocano corrono mangiano gridano ridono. E la maggioranza di questi genitori parlava guarda un po’ di scuola. E la maggioranza di questi genitori aveva guarda un po’ scelto scuole straniere.

Sono rimasta scioccata. Ho imparato più in un pomeriggio, che se avessi fato un seminario intensivo sulle scuole straniere a Roma. L’americana: la più costosa, prezzi altissimi, ma orario pieno e attività che vanno dalla ceramica alla narrazione (oltre le “solite” arti e tutti gli sport possibili sulla terra), l’inglese, costosissima anche lei, con quel tocco di classe in più che ancora un accento british può avere sui cugini americani, la svizzera quattro lingue in programma, la francese la dura e ambita Chateaubriand.

Ussantapace mi girava la testa.

Finchè una madre dice io la mando all’italiana, la carta igienica gliela metto in cartella insieme al cellulare perchĂ© il telefono della scuola è rotto e se succede un’ emergenza è bene che ogni bambino abbia con sĂ© un portatile. Che non si sa mai.

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silvia ferreri il febbraio 3rd 2010 in figli, lavoro femminile, scuola

sulla maternitĂ  (risposta a denise su essere madri significa tra l’altro)

Cara Denise, mi chiedi di leggere il tuo scritto sulla maternità io lo faccio e ti dico la mia. Lo faccio qui perché a questo punto sebbene leggermente fuori tema rispetto al mio argomento credo che possa essere un soggetto di discussione. Ti ringrazio per aver posto la questione. Tu dici che scrivi cose impopolari, ma non è questo che m’interessa, piuttosto il dirti perché non sono d’accordo con te.

Non faccio parte della categoria di donne che la maternità è tutto bello rose e fiori, che io la panciona l’ho odiata da subito e mi sentivo la donna più brutta del mondo.  Sono ingrassata, i capelli mi si sono ammosciati, gli ormoni mi hanno portato fame e pianto alternati e pure insieme, e ho anche smesso di fumare, che ogni tanto pensavo quasi quasi un tiro me lo faccio ma poi resistevo.

Ancora oggi che il mio eroe ha dieci mesi, mi vedo sovrappeso, mi sfascio in piscina avanti e indietro per perdere altri dieci chili e la pancia è tuttora ripiegata su quel taglio (ma non doveva essere un taglietto?) che non viene proprio più su. E la gente che mi dice (di solito le commesse quando mi aggiro mesta per i negozi) sì però signora vuole mettere in cambio ha avuto questa meraviglia. Dico sì ascolti mio marito la meraviglia ce l’ha uguale.

No io devo dire che se potessi la fase pancione ma che bella pancia che tutti ma cacchio proprio tutti pure gli estranei in ascensore te la devono toccare perchĂ© porta bene ( ma scusate ma voi toccate gli estranei normalmente? no perchĂ© a me sta cosa mi mandava ai matti!) comunque io dicevo la fase pancione la salterei a piè pari. Direi che se potessi averne un altro bell’è fatto forse penserei al secondo. Ma un’ altra panza no, un’altra panza no. Che non ti vedi piĂą i piedi e non riesci a metterti gli stivali (che tra la montagna e i piedi gonfi), quella lentezza quando esci dal corso in piscina per gestanti, la fatica che fai a rivestirti che in pratica il vero sport è quello, e non l’ora di nuoto che hai fatto prima.

Per cui passiamo avanti,  fino alla nascita io rose e fiori non ne ho visti e se mulini bianchi ci sono stati devo essermici seduta sopra con i miei settantacinque chili e forse sono finiti sgretolati.

Non so se considerarmi una donna di mezza cultura (mia madre ha pagato perché ne avessi una intera ma non è detto che i suoi sforzi siano riusciti) e non è vero che non desideravo ALTRO che essere madre, (nel senso che nella vita desidero molte cose, tra cui continuare ad amare l’uomo che amo e il mio lavoro) ma non ci crederai quando parlo di mio figlio gli occhi prendono quella strana forma a cuoricino che dici tu, ballonzolano da una parte all’altra del cranio, e comincio a balbettare qualcosa a proposito dei pochi neuroni che mi sono rimasti dopo quell’evento straordinario che ha travolto la mia vita.

Per cui tenterò di rispondere brevemente ai punti che poni su “essere madre significa anche”…

Dover coltivare relazioni che non si sono scelte. Non lo so il bambino è molto piccolo dunque per ora decido io. In futuro chi lo sa, ma conoscendo me e Giancarlo sarà difficile, molto difficile che frequenteremo persone che non ci piacciono. Semmai allarghiamo la cerchia delle persone che ci piacciono.

Sono tutti pronti a dire la propria. Yeahh viviamo lontani da entrambe le famiglie e le vediamo abbastanza perché vedano crescere felici l’adorato nipotino, ma non abbastanza perché abbiano il tempo per dire ma hai messo al bambino una tutina nera, ma dai ma non si veste il bambino di nero. Di solito quando arriviamo a questo punto noi siamo già sul treno con le manine in aria a salutar.

Rinunciare a viaggiare in appagante solitudine. Ho rinunciato a viaggiare in appagante solitudine dopo l’ultimo viaggio in Brasile (in solitudine appunto) poi ho conosciuto mio marito e ho capito che in solitudine non mi sarebbe più andato di fare niente, perché che gusto c’era senza di lui? In India da sola dunque non mi viene proprio in mente, con i miei ometti appena lui sarà abbastanza grande da reggersi da solo su un elefante perché no?

Doversi appoggiare agli altri e chiedere costantemente aiuto. Aiuto non ne chiedo a nessuno, ho una tata meravigliosa fino alle due, che mi costa poco più di un asilo. Di pomeriggio ci organizziamo tra noi. Per il resto non sento di dover rendere pubbliche le mie opinioni né i miei stili di vita, che peraltro non  ho cambiato di una virgola da quando abbiamo avuto il bambino. Usciamo, andiamo a cena, facciamo cene a casa almeno una volta a settimana, viaggiamo molto. Il bambino è felice, noi siamo felici. Perché qualcuno dovrebbe dirmi come vivere?

Dover escludere progetti di vita considerati destabilizzanti per il piccolo. Ciò che escludo decisamente non sono progetti che altri considerano destabilizzanti ma ipotesi di allontanamento per lunghi periodi che mi porterebbero a soffrire talmente tanto la mancanza della mia famiglia da rendere inutile qualsiasi altra cosa.

E sulla depressione, lo so sono fortunata, non perché non ci sia passata ma perché mio figlio è sempre stato un bambino molto tranquillo che non ha mai pianto drammaticamente se non per piccole necessità che una volta soddisfatte lo facevano tornare allegro. Saper parlare della depressione dipende anche da noi.

Dover riprendere la forma è pesante e seccante, vero. Io avevo la taglia 40, in gravidanza ho preso diciassette chili, ma il meglio l’ho dato in allattamento, che il bambolotto mangiava come un ossesso e io sono passata da Kate Moss a Pamela Anderson tutto in una notte. Per i nove mesi dopo la nascita io invece di dimagrire continuavo a mettere peso. Certo quando produci un litro e mezzo di latte al giorno. Cicciona e sfatta. Felice? Col cavolo. Però pensavo quanto durerà? Pochi mesi, poi smetterò e tornerò come prima. Certo quando la signora di turno (perché è capitato anche a me) mi ha fatto le congratulazioni l’ho incenerita e ho ringhiato ho già fatto signora, è già nato. Ma non ho mai pensato che allattare fosse un limite alla mia libertà di movimento. Anzi dove andavo io veniva lui e con quale ostentatezza sventolavo la mia (per una volta nella vita) tettona per nutrire l’esserino.

Ai tutti quelli che volevano vedere il bambino ho dato degli orari e dopo la prima volta che me lo hanno strappato di mano (perché succede) ho escogitato (su consiglio della mia super pediatra) sistemi di difesa da leonessa che vi giuro nessuno ci si è più provato.

E credo anch’io che durante i primi mesi possa verificarsi qualche limite intellettuale, con le mie amiche qualche volta facciamo la conta dei neuroni. Ma anche quelli torneranno. A detta delle mie mamme di riferimento, torneranno. E in fondo basta vedere quante donne meravigliose sono diventate madri e  hanno comunque prodotto il fior fiore della cultura femminile.

Dunque come vedi, cara Denise, non sono d’accordo con te, ma soprattutto non sono d’accordo quando dici che da madri si è costrette a vivere nel conformismo e nella  medietà più volgari. Questo non dipende e non dipenderà mai dalla nascita di un bambino, è tutto frutto della nostra personalità e della nostra formazione.

Non c’è un giorno della mia vita che io abbia regalato al conformismo e alla medietĂ . Quando ho sentito che poteva accadere ho tagliato corde e cordoni di cose e persone e ho spinto via zavorre. E mio figlio non è solo il destinatario di tutta la mia energia ma anche la pura fonte, come una centrale che si autoalimenta ad amore per produrne altrettanto. E’ impossibile descrivere a parole il movimento che fa il mio cuore quando vedo il suo sorriso la mattina.

Altro è non desiderare figli. Se così è bisogna avere il coraggio di accettarlo, senza provarci, perché non è che dopo si può tornare indietro, perché allora sì che si finisce ad essere infelici e a sopportare dei bambini non voluti che con la nostra pena c’entrano davvero poco. E anche questo mi sembra un argomento da considerare.

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silvia ferreri il gennaio 27th 2010 in figli, gravidanza, riflessioni

i giocattoli delle bambine

Certamente anche a voi come a me da bambina avranno posto un giorno la domanda fatidica. Che cosa vuoi fare da grande?

La maestra è credo la risposta più gettonata tra le femminucce. Merito certo del tempo passato in classe. Ma se casomai la maestra fosse antipatica o fosse un uomo (a me disgraziata tutte e due le cose insieme) la risposta potrebbe variare tra ballerina, infermiera (noi soprattutto dell’epoca di Candy) pianista, qualcuna calciatrice. Insomma le cose più varie.

Sogni di bambine certo, e più grandi può darsi ci si avvicina già all’idea di qualche professione un po’ più fattibile, magari ispirate da  qualche telefilm, allora vogliamo diventare detective, avvocati, magistrati, poliziotte, carabinieri, medici legali. Chissà quante di noi sono riuscite a sovrapporre la fantasia e la realtà, quante sono riuscite a realizzare il sogno di bambina, a portarlo a una vita reale a farlo diventare il loro lavoro. Qualcuna magari non fa esattamente quello che aveva sognato, qualcuna probabilmente ha cambiato idea in corso d’opera, ha aggiustato il tiro o ha scoperto che quel sogno non faceva poi tanto tanto per lei.

Però insomma da bambine ci avevamo creduto, bello o brutto che fosse. E i nostri genitori, chi ci amava, ci avevano stimolato, incoraggiato, regalandoci ecco la prima rumorosa batteria da rock star, o le scarpette da danza, o l’allegro chirurgo per esercitare la mano senza far accendere il naso rosso all’omino tutto bucherellato.  Ma mi sono chiesta, per soddisfare quale richiesta, per realizzare quale sogno per somigliare a quale eroina, ho trovato in bella vista in un grande negozio di giocattoli un enorme e appariscente mocio vileda? In miniatura certo, con un secchio piccolo, ma per il resto esattamente uguale identico al mocio vileda che noi tutte conosciamo per pulire i pavimenti. Puccia strizza lava. Il tutto supportato da un elegante carrello da trasposto, provvisto anche di scopa e paletta. Per non farci mancare proprio niente.

Mio Dio. Mio Dio. E così che si comincia? Così si forma l’imprinting? Perché se è così bisogna proteggersi e attuare subito, fin da piccole una strategia di difesa, richiedere le pari opportunità per le bambine, abbattere immediatamente i tetti di cristallo degli asili.

A meno che, a meno che certo se chiedete alla vostra bambina tesoro che cosa ti piacerebbe fare da grande, questa non risponda senza esitare: mammina, io  mi voglio spiccià casa mia.

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silvia ferreri il gennaio 23rd 2010 in bambine, figli, lavoro femminile, pari opportunitĂ 

guerrilla girls

Carissimo Direttore

Siamo venute a sapere che la sua collezione (come molte altre) non contiene abbastanza lavori di artiste donne.

Sappiamo bene come deve sentirsi a disagio a questo proposito e siamo qui per porre rimedio senza indugio a questa situzione.

Tutto il nostro amore

Guerrilla Girls

guerrilla-girls

I vantaggi di essere un’artista donna

Lavorare senza lo stress dell’avere successo a tutti i costi

Non dovere partecipare a mostre insieme agli uomini

Avere una fuga dal lavoro nell’arte con quattro lavori free lance

Sapere che la tua carriera potrebbe decollare a ottant’anni

Sentirsi rassicurata dal fatto che qualunque cosa farai sarĂ  etichettata come arte femminile!

Non sentirti incastrata in un posto da insegnate di ruolo

Vedere le tue idee vivere nei lavori degli altri

Avere l’opportunità di scegliere tra carriera e maternità

Non dover masticare grandi sigari né dipingere in abiti eleganti

Avere piĂą tempo per lavorare quando il tuo ragazzo ti molla per una piĂą giovane

Essere inclusa nelle nuove edizioni dei libri di storia dell’arte

Non dover sopportare l’imbarazzo di essere chiamata genio

Poter far pubblicare in un magazine di arte una tua foto con addosso un vestito da gorilla

Gorillagirls.com

P.S. Nel cinema: Mai un premio Oscar come miglior regia a una donna. Il 92 % dei premi di scrittura è andato a uomini.

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silvia ferreri il gennaio 19th 2010 in arte, lavoro femminile

gravidanza a parigi

Sono arrivata a Parigi ieri. Questa mattina, la prima cosa che ho fatto è stato vestire Michelangelo e uscire per andare a trovare Madame Carricaburu.

Madame Carricaburu è una puericultrice, la mia puericultrice. Durante tutta la mia gravidanza che è trascorsa a Parigi è stata colei che si è presa cura di me e del mio nuovo stato.

Il numero me lo avevano dato in Comune, insieme a una serie di altri servizi per donne e bambini di cui la Mairie si occupa. Lì funziona così, sono incinta, vado in Comune ed esco dall’ufficio informazioni con un pacchetto di depliant stile MoaCasa.

Avevo lasciato un messaggio sulla segreteria e appena due ore dopo mi aveva richiamato. Bonjour, bonjour, je suis madame Carricaburu (cacchio esiste davvero) una voce seria ma dolce dolce dall’altra parte (emozione). Mi dica di cosa ha bisogno, sono incinta, è la prima gravidanza e come sente sono straniera dunque non solo non so un accidenti di gravidanze ma non so nemmeno un accidenti sul sevizio sanitario francese. Bene vengo da lei nel pomeriggio, mi dice.

Pausa.

Mais je ne suis pas malade, non sono malata dico io. La gravidanza va bene, posso uscire. Lei allora aveva riso. E’ un suo diritto, non deve essere malata per usufruirne. A che ora preferisce che passi?

Alla fine non avevo accettato. Avevo deciso di andare io al suo ufficio. Farle perdere anche il tempo per una visita domiciliare mi sembrava troppo. Ero già abbastanza stupita/grata (nell’ordine) che il numero fosse attivo e funzionante, che dall’altra parte ci fosse una persona e non un’ impiegata/segreteria telefonica, che mi avesse richiamata nel giro di pochissimo tempo.

Il suo ufficio si trova a Boulevard Raspail a cento metri da casa mia in Rue St Placide. E’ bella Madame Carricaburu come una damina dell’ottocento, minuta e con un visino un po’ a punta. La sua voce rispecchia la prima impressiona telefonica, serietà e dolcezza. E mi spiega tutto, tutto, tutto quello che c’è da sapere quando sei incinta e nessuno te lo ha spiegato prima. Diciamo dal passo successivo ai fiori e le api. Mi chiede se ho un ospedale, le dico di sì, che sono stata presa in carico da un grande ospedale della zona, molto buono dice lei, ma io non mi ci trovo affatto bene perché è una grande struttura dove il personale è sbrigativo per via della grande affluenza e io non mi sento del tutto a mio agio sia per via della lingua che dell’inesperienza a livello gravidico diciamo.

E’ subito pratica Madame Carricaburu, pensa, cerca numeri, fa un paio di telefonate e infine mi dice che c’è un altro ospedale, piccolo e accogliente, una struttura antica nelle mura ma modernissima nella medicina. Proviamo lì, mi dice decisa. Chiama, spiega la tua situazione, dì che hai parlato con me, intanto chiamo anch’io per preavvisarli. Dopo pochi giorni vengo presa in carico dal nuovo ospedale che seguirà tutta la mia gravidanza: Notre Dame de bon Secours. Chiamo felice la mia Carricaburu per dirglielo.

Inizia la mia gravidanza parigina.

Vado da lei piuttosto di frequente, anche senza necessitĂ  vera, anche senza niente da chiederle. Ci vado perchĂ© mi fa stare bene, perchĂ© mi mette tranquillitĂ , mi fa sentire che ogni cosa è sotto controllo. Parliamo di tutto io la mia Carricaburu, le racconto la mia preoccupazione, le mie ansie. Le dico ho paura che quando sarĂ  il momento il mio francese mi tradira’: non ti preoccupare, tutto quello che ti serve lo suggerirĂ  l’istinto e  tutt’al più  souffle, pousse e respire andranno benissimo.

E’ paziente Madame Carricaburu, ascolta il mio francese zoppicante ed emozionato. Per tutto ha una risposta per ogni cosa un consiglio. Controlla la lista dalla maternità: depenna il trenta per cento delle cose richieste in ospedale, mi dice quello che realmente serve, dove comprarlo, dove si spende meno, le taglie delle tutine, lascia perdere la taille naissance potresti non usarla mai, passa direttamente al primo mese. Parliamo dell’allattamento, la mia paura di non farcela, il sentirmi anche in quello inadeguata. Mi dà consigli e soprattutto ascolta, ma poi torna alla sua praticità, tira fuori il campioncino di una crema e mi dice se usi questa dal primo all’ultimo giorno ce la farai senza problemi.

Mi fermo a osservarla sulla porta, prima di andare via, con la donna successiva, una signora di colore, pancione grande davanti e bimbo piccolo dallo sguardo basso per mano.

Si occupa del piccolo per prima cosa, lo fa sedere su una sediolina blu e viola e gli porge grandi fogli con colori a volontĂ . Poi accoglie la mamma che finalmente tira un sospiro e allora mi chiudo la porta alle spalle.

E’ una piccola grande donna Madame Carricaburu, che uno stato attento e civile ha incaricato per suo tramite di dare accoglienza e aiuto alle donne in uno dei periodi più difficili ed emotivamente faticosi della loro vita.

Diciamo che è almeno una delle ragioni per cui in Francia si fanno più figli che in Italia, la mia Carricaburu.

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silvia ferreri il gennaio 15th 2010 in figli, francia, gravidanza

castelli di rabbia

Non so come si chiami lei, devono averlo detto quando l’hanno presentata in trasmissione ma non ci ho fatto caso. E’ siciliana, ha trentasette anni ed è precaria da sempre nella scuola, sposata con un precario, con due figli che certo di stabilità devono sentirne ben poca. La sua famiglia vive grazie all’aiuto dei suoi suoceri.

Seguo il tutto in modo vago, con la testa nel computer e un orecchio sempre teso alla camera in direzione culla. Una frase, però, mi colpisce tanto da farmi alzare gli occhi e fermarmi lì, “Io un futuro non ce l’ho più”. La capisco questa frase, ma la capisco ora. Significa che a trentasette anni, quando credi che le cose non si aggiusteranno mai, quando non ci speri più, la forza te la dà solo la speranza che qualcosa possa cambiare per i tuoi figli. Dunque si fa ancora più amaro il sottotesto perché è “Io un futuro non ce l’ho più, però lotto perché ce l’abbiano loro”

A trentasette anni è morire dentro. E’ un livello di disperazione assoluto.

A gamba tesa in quest’afflizione, interviene con tono aspro, (in difesa di chissà quale principio secondo il quale non è dignitoso parlare dei problemi del quotidiano vivere e sopravvivere) un parlamentare della Repubblica, un uomo che noi paghiamo lautamente e profumatamente per risolvere in primis problemi come questo.

Bene, questo signore, un galantuomo certo, strilla alla poverina che è il caso che smetta di lamentarsi, che nella vita a lamentarsi sempre non si ottiene niente, che lui è arrivato grazie alla sua volontà e che era uso alzarsi e uscire nella nebbia padana per raggiungere i suoi clienti alle cinque del mattino. Quali clienti raggiungesse a quell’ora non è dato saperlo, ma intanto beato lui che clienti (di qualunque tipo)e lavoro ne aveva.

Lei gli risponde che il lavoro lei lo vorrebbe ma purtroppo una riforma recente glielo ha levato e che in Sicilia non trova lavoro nemmeno come shampista. E che comunque la scuola si è immiserita se certe classi ormai sono diventate quasi dei pollai con trenta bambini e più.

Allora lui, tronfio del gran coraggio che ci vuole a mordere una donna fuori dal suo ambiente, non vede l’ora di rubarle la scena e divertendosi e credendo di divertire dice che ai suoi tempi le classi erano di quaranta allievi e che se è andato bene per loro (sessant’anni fa) andrà bene anche per i nostri figli.

E infine, non contento, davanti all’incredulità della donna, il nostro parlamentare sfodera il meglio del suo repertorio artistico cabarettistico: “Guardi che sono un precario anch’io, non c’ho il posto fisso”. E giù risate. (Sue).

Ecco.

Se un limite ancora si poteva varcare si è varcato e  nel modo più volgare e rozzo possibile, prendendosi gioco di una donna, una madre, una lavoratrice, un’insegnante che per questo paese (già solo per queste ragioni) ha fatto molto, molto molto  di più di quanto lei signor Castelli abbia fatto in tutta la sua vita politica e non.

Si vergogni, si vergogni e chieda scusa, alla signora, alle donne, alle madri, alle insegnanti, alle precarie. E se non ha il coraggio di scusarsi allora si dimetta e ritorni ai suoi traffici sbiaditi dalle nebbie lombarde, ai suoi clienti della bassa padana, e lasci a questo paese e alle sue donne almeno la dignitĂ .

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silvia ferreri il gennaio 8th 2010 in lavoro femminile, media

bilanciamenti

Sono giorni di bilanci questi. Credo capiti a tutti noi durante i primi giorni dell’anno, di riflettere, di sedersi a scrivere, di riordinare i pensieri sull’anno precedente: di fare i conti insomma di entrate e uscite. Una specie di partita doppia delle emozioni. Per me l’anno appena finito è stato un anno pazzesco: pieno, denso, duro e meraviglioso tutto insieme.

E’ l’anno in cui sono tornata da Parigi, l’anno in cui ho partorito mio figlio, l’anno in cui il mio agente italiano (quello che mi aveva cercata, voluta, pregata, corteggiata) mi ha candidamente scaricata come un baule vecchio.  Ovviamente le ultime due cose sono avvenute esattamente in quest’ordine: bambino-scaricamento.

E così anch’io senza colpo ferire mi sono ritrovata catapultata in quella disgraziata casistica delle donne discriminate dopo un figlio.  Come dire,  fino a oggi ne avevi parlato perché te lo avevano raccontato, ora sai che vuol dire. Certo non è come perdere il lavoro ma è ugualmente brutto, ve lo posso assicurare.

Perché in un secondo sei out. Tu che eri sempre stata in, che eri ancora tra le giovani, che eri ancora utile, che eri ancora bella, che eri ancora divertente, audace, spiritosa, lanciata verso il futuro, a un tratto sei: finita. Di te si parla al passato.

Non sei più bella, né giovane, né magra. Sei l’opposto di tutto. E non importa quando ti dicono che tornerai come prima che tutto si aggiusta che è solo un breve momento della vita. In quel preciso momento crederci non è dovuto. In futuro sì lo sarà, ma in quel momento no, e non c’è niente da fare.

L’esserino che ti spunta accanto da sotto le lenzuola, che è  e sarà da lì in poi la faccenda più importante della tua vita tampona a cerotto il sangue che ti cola. E’ l’unico gancio con la vita. E’ la vita stessa.

Al mio ex agente oggi vorrei dire “grazie”. Un caro, sincero e schietto “grazie”. Per essere stato indiscutibilmente tra le persone più stronze che la vita mi abbia dato di conoscere.

E perché, come dice mia madre, ogni donna ha bisogno di incontrare uno stronzo così nella sua vita. Senza non si rinasce. Si pattina. Quando invece ne incontri uno tale, di tale peso in tutti i sensi, ti ricordi di come si fa, di quanto ci vuole, della fatica che ci metti: a inciampare, cadere, romperti i denti, tirarti su e rialzare lo sguardo.

A lui, a quelli come lui e alla loro infinita tristezza dedico la fine dell’anno appena passato, che ai tempi di mia nonna era un fantoccio vestito di stracci che si bruciava nel mezzo della corte.

Il bilancio per me tutto sommato è molto positivo. Per loro chissà.

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silvia ferreri il gennaio 6th 2010 in discriminazioni, riflessioni, vita quotidiana

il mio mestiere

“Così è il mio mestiere. Denaro, vedete, non ne frutta molto, e anzi sempre bisogna fare contemporaneamente anche un altro mestiere per vivere. Pure a volte ne frutta un poco: e avere denaro per virtù sua è una cosa molto dolce, come ricevere denaro  e doni dalle mani dell’essere amato.

Così è il mio mestiere.”

“Le piccole virtù” di Natalia Ginzburg è una raccolta di perle, oggi forse sarebbe un blog, un profondo preziosissimo blog.

Viene da qui “Il mio mestiere” di cui ho riportato un brano. Sono anni che periodicamente lo rileggo, ci ritorno, lo recito a volte tra me e me. Lo conosco quasi a memoria e ancora mi emoziona quando delle volte me lo ripasso nella mente. Il lavoro, il mestiere, quello che si sceglie: è da tempo al centro delle mie riflessioni. E’ stata una decisione che ho preso giovanissima. Non un lavoro qualunque, ma il mio mestiere.

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silvia ferreri il dicembre 26th 2009 in lavoro femminile, riflessioni

i sogni e la fiducia

Il 9 di dicembre sono stata invitata a parlare di lavoratrici scoraggiate in un seminario a Nuoro in Sardegna. L’incontro, organizzato da una delle consigliere di parità più attive ed energiche del territorio italiano Laura Lampis,  si teneva nell’aula magna di  una scuola superiore.

Il pubblico era in gran parte formato da giovani donne in quell’età meravigliosa che esce dall’adolescenza e porta all’età adulta. L’età che più di ogni altra coincide con il coraggio con l’energia con quella sensazione di potere assoluto di avere il mondo in mano e una vita infinita davanti.

Gli ho raccontato di quando qualche anno fa fui invitata a parlare in un contesto simile davanti ad alcuni studenti a Roma. Insieme a me c’erano una giovane scrittrice già nota e un giovane regista. Uno studente chiese a che età secondo noi, si dovevano lasciare le speranze di poter fare il lavoro scelto, fino a che età insomma era consentito sognare?

Un età, un limite, chi la può indicare? A trent’anni? A quaranta? E’ uguale per gli uomini e per le donne oppure cambia come la pensione? I miei affermati colleghi mi accusarono di dare false speranze ai ragazzi affermando che se a un certo punto uno non ce l’aveva fatta sarebbe stato meglio cambiare direzione. Ma chi lo decide replicai io? Chi lo può sapere? Come considerare le mille variabili nella vita di una persona che la possono aiutare o impedire nella realizzazione del suo sogno, del suo mestiere?

Questo ho voluto dire a quelle giovani donne che mi ascoltavano: non smettere di cercare la propria strada è già una vittoria.

Perché per una volta scoraggiate non significa senza coraggio ma senza fiducia.

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silvia ferreri il dicembre 15th 2009 in lavoro femminile

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