Archive for the 'media' Category

discriminazioni, stipendi e possibilità di carriera

Stavo giusto leggendo Repubblica questa mattina mentre i miei ometti ancora dormono e ovviamente il primo articolo che sono andata a leggere titolava ” Lavoro, la discriminazione femminile, meno posti e stipendi più bassi del 21, 4%.”

Non che ci sia bisogno di alcun commento, ma vi invito a leggere Francesca Sanzo su Donne Pensanti sull’articolo e sull’argomento. Fa un questionario che potrebbe essere piuttosto utile. Dategli un’occhiata e provate a rispondere.

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silvia ferreri on agosto 19th 2010 in discriminazioni, donne pensanti, lavoro femminile, media

La Gelmini le donne normali e l’era dell’ottimismo

“Una donna normale deve certo dotarsi di una buona dose di ottimismo, per lei è più difficile, lo so; so che è complicato conciliare il lavoro con la maternità, ma penso che siano poche quelle che possono davvero permettersi di stare a casa per mesi. Bisogna accettare di fare sacrifici.†Maria Stella Gelmini, Corriere della Sera.

L’era dell’ottimismo. La chiamerei così questa nuova era, Signora Gelmini, mi ha dato una bella idea. L’era dell’ottimismo, come piaceva dire a un vecchio poeta delle lettere prestato a un centro commerciale (che per dircela tutta come immagine era quanto di meno ottimistico si potesse concepire). Ma d’altronde.

L’era dell’ottimismo allora. Chiamiamola così. Quest’era di crisi che segna la fine di prospettive di lavoro per maestre e operai, quest’era che abbassa ancora di più le aspettative riproduttive per famiglie il cui reddito prima precario ora è defunto. Qualche anno fa si facevano uno virgola due figli a testa, come dicevo in un mio documentario. Oggi credo meno. Perché quel poco di benessere e progettualità che due contratti precari permettevano a sposi allegri e appunto ottimisti, oggi manca. Anche grazie a lei. Non le voglio certo togliere il merito di questo.

Non le bastava però aver stangato migliaia di insegnanti e massacrato la scuola pubblica. Ha voluto dire la sua anche sulla maternità e sulle leggi che proteggono la donna lavoratrice madre.

Sono qui per questo signora Gelmini per ricordarle che quello straordinario testo unico di Legge del 2000, è il frutto di anni di lotte di donne e anche di uomini, cui lei Signora Gelmini dovrebbe essere grata come lo sono tutte le donne di questo paese. Perché grazie a quel testo unico, le donne sono protette dalla discriminazione e dal licenziamento, ma soprattutto cara signora sono protetti i bambini. Sono protetti dai datori di lavoro scellerati che vorrebbero le madri indietro quindici giorni dopo il parto e sono protetti dalle madri ancora più scellerate dei loro padroni che decidono di farlo. Per questo signora Gelmini il congedo parentale è un obbligo, perché non ci sia bambino o bambina che sia discriminato e che debba sentire la mancanza di sua madre nei primi mesi di vita a causa della mancanza di buon senso (cuore o cervello che sia). Peccato che proprio lei, signora Gelmini, ministro di questa nostra zoppicante repubblica abbia deciso di dare il cattivo esempio a questo paese tornando al lavoro ben prima di quanto le sarebbe permesso. Peccato che nessuno le faccia notare che sta infrangendo una legge dello stato, che sua figlia seppur figlia di un importante ministro, dovrebbe godere dello stesso privilegio che ogni neonato ha e che gli viene assicurato per legge: il diritto di stare con sua madre e di godere delle sue attenzioni nei i primi mesi della sua vita.

Le leggi si sa esistono per questa Maria Stella per evitare che qualche buontempone cada in tentazione facendo qualcosa che il buon senso dovrebbe proibire. Quando il buon senso non basta più allora menomale che qualcun altro ci pensa per noi.

Perché sa, se tutto si risolvesse come dice lei con l’ottimismo quanto meglio staremmo tutte quante. Potrebbe signora Gelmini provare a infonderci un po’ del suo ottimismo? Potrebbe regalarne di grazia un po’ alle donne che perdono il lavoro e la salute per via del mobbing al rientro della gravidanza? Potrebbe spargerne un po’ sulle precarie a cui non viene confermato il contratto dopo l’annuncio del prossimo lieto evento? O su quelle che di ottimismo purtroppo mancano (ma come si fa dico io) quando devono decidere di lasciare il lavoro perché il loro stipendio non basterebbe a coprire le spese della baby sitter essendo gli asili insufficienti? E si ritrovano disoccupate a casa a trent’anni magari dopo anni di studio e fatiche?

Maria Stella, il tuo nome stesso butta luce su di noi. Accetta i nostri sacrifici di donne normali, come ti piace chiamarci, e indicaci la via. Rispetta le leggi e proteggile, tu che godi di privilegi a cui noi donne normali non possiamo aspirare.

Perché non sia mai che da oggi in poi qualche datore di lavoro diciamo così un po’ gelminiano debba dire lo ha fatto lei lo puoi fare anche tu, o perchè non le venga in mente signora Maria Stella di pensare se lo faccio io lo possono fare anche le altre, e mettere magari la pulce nell’orecchio alla collega delle pari opportunità per rivedere in tempo di crisi la legge a protezione della maternità.

Perché dovessimo legarci in catene davanti al ministero con i nostri figli al collo questa signora Gelmini non gliela faremo passare mai. Poche cose sono intoccabili in Italia, e questa è una di quelle.

Ma intanto la ringraziamo davvero di aver fatto passare e sdoganato soprattutto davanti ai suoi colleghi maschi,  quel vecchio messaggio contro il quale noi donne normali da anni lottiamo, che il congedo di maternità sia una sorta di vacanza premio a cui il parto ti dà diritto, un privilegio appunto. Grazie davvero signora Maria Stella per aver distrutto in pochi secondi il lavoro e le conquiste di anni.

Il privilegio infatti non è più un diritto acquisito ma qualcosa che il potente dà e il potente toglie. Lei è potente e noi siamo donne normali. Grazie di avercelo  ricordato di nuovo.

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Scusate se esulo -2-

Avrei dovuto prevedere che il Santoro del giovedì avrebbe avuto qualcosa da farmi aggiungere all’esulata. Un piccolo post scriptum. Era ospite questa sera nella sezione “giovani†un ragazzo extracomunitario, in Italia da quando era bambino, studente modello presso un’università italiana, che però non gode dei requisiti per avere la cittadinanza e dunque è costretto a rinnovare ogni anno il permesso di soggiorno. Aveva questo giovane non-italiano una conoscenza della lingua italiana sbalorditiva, una padronanza del lessico e della sintassi che vi assicuro da mancata professoressa d’italiano mi ha stupito in un ragazzo di quell’ età.

E mi sono chiesta, e se facessimo un esame per essere cittadini italiani e per avere l’italianità basato sulla conoscenza della lingua italiana? Per tutti però, anche per quelli che la cittadinanza italiana ce l’hanno già per diritto di nascita. Forse molti di quelli dell’Italia agli italiani li troveremmo in coda alle questure. Dovremmo provarci e vedere che succede. Fosse anche solo su secon life no?

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silvia ferreri on aprile 23rd 2010 in discriminazioni, media, riflessioni

giovedì 29 aprile

carissima Silvia,

ti scrivo per dirti che con Elisa abbiamo quasi messo a punto
l’incontro del 29 aprile. In allegato trovi una bozza di invito. L’orario è da confermare.
Pensavamo - se sei d’accordo - di mandare il tuo documentario per intero,
seguìto da altri due brevi video: uno di Sabina Ambrogi (presente all’incontro) e l’altro:
un frammento dal documentario “Il corpo delle donne”, di Lorella Zanardo.
Successivamente, vorremmo ragionare con voi (come sai, ci saranno anche Elena Stancanelli ed Emanuele Trevi) sui temi: ’donne e rappresentazione televisiva’, ‘donne e lavoro’, ’stereotipi sulle donne proposti dalle donne stesse’.
Il nostro interesse nasce dalla constatazione di come il pensiero comune – anche con le migliori intenzioni - sia convogliato nella critica al modello televisivo che rappresenta, in realtà, una percentuale bassissima di donne.
ll risultato è un guazzabuglio di moralismo, critica ai costumi e denuncia ai mulini a vento.
Nei fatti, la realtà delle donne non è quella rappresentata dal piccolo schermo.
Ci siamo fatte l’idea che concentrare l’attenzione sul presunto ’scandalo’ della chirurgia estetica, sulle escort o sul velinismo ‘reificante’ (come fa la Zanardo, e non solo; ripeto: con le migliori intenzioni) sia un falso bersaglio; un’operazione che potenzialmente indebolisce eventuali proposte politiche.
E che comunque non è attendibile, nemmeno statisticamente, come campione rappresentativo.

Vorremmo, insomma, provare a capire se le donne
si sentano rappresentate dai problemi posti dall’immagine televisiva.
Noi non ne siamo così convinte. E soprattutto, non condividiamo il moralismo di fondo,
che le spartisce in ‘buone’ (con le rughe) e ‘cattive’ (con botulino).
Non siamo soddisfatte di questa narrazione. E ci chiediamo come mai, invece
che parlare di diritti e di politica, le donne esauriscano tutte le risorse, anche intellettuali, nell”oggettivazione’ del loro genere, come fosse qualcosa di posseduto ed estraneo al tempo stesso. Pare ci sia un’ossessione di fondo, ovvero: ’problemi relativi alla rappresentazione del  corpo’. Un procedimento di astrazione che gli uomini, per esempio, non praticano, a meno che non vogliano cambiare gender o fare il presidente del consiglio.

Ovviamente, questa è solo la (riccamente ingarbugliata) linea di fondo: politica o rappresentazione?
Metteremo altri temi sul piatto. Anche a partire dal tuo documentario.
Che parla di lavoro. E di maternità.

Fammi sapere se ci sono problemi, intanto
buon fine settimana

Sara & Elisa

Ho ricevuto qualche giorno fa da Sara Ventroni ed Elisa Davoglio questa mail che altro non è che il succo del programma della serata del 29 Aprile a Roma alla quale mi hanno invitata insieme ad altre scrittrici e scrittori. L’ho trovata così interessante da volerla pubblicare e soprattutto ho trovato per la primissima volta qualcuno che (vi giuro senza averne mai parlato prima) ha il mio stesso identico pensiero su molti temi  proposti negli ultimi mesi che io non riconosco affatto come pregnanti nè nel loro contenuto nè soprattutto nella forma in cui sono stati velocemente impacchettati. Come a dire che anche a proporre i temi di discussione, a farne parlare, a farli girar ovunque per il web bisogna essere brave a fare marketing.

Le ringrazio di questa opportunità e soprattutto invito chi ha una serata libera giovedì 29 Aprile. Per chi ancora non l’ha visto sarà una buona occasione per vedere Uno virgola due in proiezione. Vi dirò luogo e orario.


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silvia ferreri on aprile 18th 2010 in incontri, maternità, media, riflessioni

Il paese reale

Senza commento riporto semplicemente, l’editoriale di ieri  del direttore Concita De Gregorio e  di seguito un titolo di oggi del Resto del Carlino. La riflessione la lascio a voi, “paese reale”.

Pane e acqua

di Concita De Gregorio

Qualche volta mi è capitato di dimenticare le rette scolastiche. La mensa, soprattutto. Quando i figli sono tutti piccoli, bollettini diversi scadenze diverse: le portano a casa negli zaini dicono mamma tieni, uno appoggia distratto il pezzo di carta sulla mensola, poi magari non si trova più, si perde in mezzo ad altre carte. Si paga in ritardo, con la penale, senza decreti ovviamente, e finisce lì. La prossima volta si sta più attenti. Non si pensa mai – e questo dipende dal fatto, credo, che siamo cresciuti, la mia generazione è cresciuta in un Paese dove la scuola pubblica specie quella elementare era fantastica, la cura dei bambini un bene superiore condiviso – che le colpe dei padri possano ricadere sui figli. C’entrano anche certi insegnamenti primari, certo, tipo questo. Perciò non succede niente, se un padre dimentica di pagare una retta di certo la scuola farà in modo che il bambino non sia neppure sfiorato da un pensiero che non saprebbe concepire. Se – più grave, più triste – i genitori non possono, invece, pagarla, la scuola – il comune, l’ente pubblico, lo Stato – si fa carico della debolezza dei grandi e protegge i piccoli. È ovvio che quando i bambini si siedono a tavola, a mensa, devono avere nei piatti tutti la stessa pasta al sugo. Non c’è nemmeno bisogno di spiegare perché. Perciò ci saranno cose più gravi ma mi dispiace, non riesco a pensare ad altro che a quei nove bambini che lunedì si sono seduti ai piccoli tavoli spostando le piccole sedie, hanno aspettato che arrivasse come ogni giorno la signora con carrello e hanno visto la pasta nei piatti degli altri, il pane nel loro. Scuola elementare di Montecchio Maggiore, provincia di Vicenza. Il comune (Lega, Pdl) aveva avvisato: questa la spiegazione. Sette bimbi stranieri, due italiani: pane e acqua. Riuscite a immaginarvi di avere sei anni, sedervi a tavola coi compagni, vedervi porgere un pezzo di pane, la pasta nei piatti degli altri e i loro sguardi su di voi? Sentire il compagno che chiede «perché tu mangi il pane», e non sapere cosa rispondere? Provate ad andare a ritroso negli anni, a mettervi in quelle scarpe e quei grembiuli: che cosa fareste? Piangereste, restereste in silenzio, mangereste il panino, dareste una spinta al compagno rovesciando il piatto? Ma che paese siamo diventati? Ma cosa ci è successo? Ma come è possibile che abbiamo smarrito persino l’istinto a tutelare l’innocenza, la cura dello sguardo di un bimbo, il suo valore? Cosa ci stiamo a fare, di cosa parliamo se non sappiamo sentire e insegnare questo? Da dove possiamo ripartire se non da qui?

Il resto, tutto il resto, ne consegue. Mille posti in meno alla Fiat, altre mille famiglie che presto non potranno pagare le rette. Andate a cercare la notizia nei giornali, nei tg. Cercate bene, poi fateci sapere. A qualcuno interessa se da domani ci saranno mille posti di lavoro in meno? Non tocca mai a noi, non è vero? Sono storie di poveri, una minoranza. E se nostro figlio è compagno di banco e di classe dei nove a pane e acqua alla fine sarà meglio cambiargli scuola, che magari poi fa domande a cui non sappiamo rispondere. È così imbarazzante sentire i bambini che domandano perché. Diamogli la play station, così stanno zitti.

QN_24 marzo 2010

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silvia ferreri on marzo 24th 2010 in discriminazioni, figli, media, riflessioni

castelli di rabbia

Non so come si chiami lei, devono averlo detto quando l’hanno presentata in trasmissione ma non ci ho fatto caso. E’ siciliana, ha trentasette anni ed è precaria da sempre nella scuola, sposata con un precario, con due figli che certo di stabilità devono sentirne ben poca. La sua famiglia vive grazie all’aiuto dei suoi suoceri.

Seguo il tutto in modo vago, con la testa nel computer e un orecchio sempre teso alla camera in direzione culla. Una frase, però, mi colpisce tanto da farmi alzare gli occhi e fermarmi lì, “Io un futuro non ce l’ho piùâ€. La capisco questa frase, ma la capisco ora. Significa che a trentasette anni, quando credi che le cose non si aggiusteranno mai, quando non ci speri più, la forza te la dà solo la speranza che qualcosa possa cambiare per i tuoi figli. Dunque si fa ancora più amaro il sottotesto perché è “Io un futuro non ce l’ho più, però lotto perché ce l’abbiano loroâ€

A trentasette anni è morire dentro. E’ un livello di disperazione assoluto.

A gamba tesa in quest’afflizione, interviene con tono aspro, (in difesa di chissà quale principio secondo il quale non è dignitoso parlare dei problemi del quotidiano vivere e sopravvivere) un parlamentare della Repubblica, un uomo che noi paghiamo lautamente e profumatamente per risolvere in primis problemi come questo.

Bene, questo signore, un galantuomo certo, strilla alla poverina che è il caso che smetta di lamentarsi, che nella vita a lamentarsi sempre non si ottiene niente, che lui è arrivato grazie alla sua volontà e che era uso alzarsi e uscire nella nebbia padana per raggiungere i suoi clienti alle cinque del mattino. Quali clienti raggiungesse a quell’ora non è dato saperlo, ma intanto beato lui che clienti (di qualunque tipo)e lavoro ne aveva.

Lei gli risponde che il lavoro lei lo vorrebbe ma purtroppo una riforma recente glielo ha levato e che in Sicilia non trova lavoro nemmeno come shampista. E che comunque la scuola si è immiserita se certe classi ormai sono diventate quasi dei pollai con trenta bambini e più.

Allora lui, tronfio del gran coraggio che ci vuole a mordere una donna fuori dal suo ambiente, non vede l’ora di rubarle la scena e divertendosi e credendo di divertire dice che ai suoi tempi le classi erano di quaranta allievi e che se è andato bene per loro (sessant’anni fa) andrà bene anche per i nostri figli.

E infine, non contento, davanti all’incredulità della donna, il nostro parlamentare sfodera il meglio del suo repertorio artistico cabarettistico: “Guardi che sono un precario anch’io, non c’ho il posto fissoâ€. E giù risate. (Sue).

Ecco.

Se un limite ancora si poteva varcare si è varcato e  nel modo più volgare e rozzo possibile, prendendosi gioco di una donna, una madre, una lavoratrice, un’insegnante che per questo paese (già solo per queste ragioni) ha fatto molto, molto molto  di più di quanto lei signor Castelli abbia fatto in tutta la sua vita politica e non.

Si vergogni, si vergogni e chieda scusa, alla signora, alle donne, alle madri, alle insegnanti, alle precarie. E se non ha il coraggio di scusarsi allora si dimetta e ritorni ai suoi traffici sbiaditi dalle nebbie lombarde, ai suoi clienti della bassa padana, e lasci a questo paese e alle sue donne almeno la dignità.

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silvia ferreri on gennaio 8th 2010 in lavoro femminile, media

io voglio il lavoro

Sono stata ieri sera a guardare Annozero, più colpita del solito, più amareggiata di sempre. Abbiamo lasciato indietro i sensi di colpa, le velleità, i desideri di carriera, abbiamo lasciato indietro i giorni con i nostri figli, abbiamo fatto tutto a metà credendo di far bene con una voce che invece continuamente ci petulava di far male. Abbiamo convissuto con i dubbi e la coscienza mezza pulita e mezza candida per poter continuare a lavorare e realizzarci e nello stesso tempo essere madri. Buone chissà.

Dopo tutto questo ci vengono a dire, ci dispiace ma non c’è più posto, non c’è più denaro, non c’è più niente da fare. E tu resti lì a chiederti nell’ordine.

Ma dopo tutto questo sacrificio non resta proprio nulla? Niente di niente?

Scusate un attimo fatemi passare, vorrei parlare, ecco sì io vorrei dire (se le lacrime me lo consentono) scusate…ma a me ora chi me li ridà tutti i giorni, i minuti, i momenti che io ho perso con i miei figli con la mia famiglia? Chi mi ridà quello a cui ho rinunciato per continuare ad avere un lavoro?

Io per questo lavoro ho sacrificato tutto, tutto tutto ciò che un essere umano può dare, tutto ciò che di più importante una madre ha: vedere crescere i propri figli.

Per questo diceva una donna ieri sera in trasmissione, io non voglio la cassa integrazione, io non voglio l’assistenza, io non voglio la mobilità.

Io voglio il lavoro.

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silvia ferreri on ottobre 23rd 2009 in lavoro femminile, media

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