Archive for the 'vita quotidiana' Category

l’eroe mascherato

Io tra due mesi devo comprare casa. Oggi ci chiedavamo appunto io e Gianca se è il caso di accenderlo sto mutuo per la vita, o se vale la pena aspettare un eroe mascherato in calzamaglia che ci arriva lì il giorno del rogito con un pò di assegnini bell’e pronti. SarĂ  il caso però di fargli arrivare l’indirizzo del notaio o è come babbo natale che li sa tutti di default?

fila Babbo natale

No Comments »

silvia ferreri on maggio 4th 2010 in riflessioni, vita quotidiana

Robe dell’altro mondo

Michelangelo si è appena calmato. Canta quando la tartaruga gigante (mica vera di plastica) che cerca di azzannare glielo permette. Ma fino a poco fa non era così.

Andiamo a ritroso.

Si prospetta una settimana difficile difficile.

Insomma per chi non lo sa ancora (visto che in pratica l’ho detto a mezzo mondo) la nostra padrona di casa tra una settimana esatta ci caccia. Sì esatto ci manda via con bambino culla e tutto. Mi serve casa, il contratto è finito, fuori dalle palle. A nulla sono servite le nostre richieste che sono diventate preghiere che sono diventate suppliche di lasciarci qui altri tre mesi. Niente. Trovatevi un altro posto, di storie di gente con bambini in una mangiatoia ce ne sono a  iosa. Direte voi ma perché non vi siete cercati un’altra casa da prima? Ci abbiamo provato. Ma avendo noi un appartamento che sarà disponibile a settembre nessuno dico nessuno in questa città ci affitta una casa per così pochi mesi. Tutti si chiedono perché ne avete bisogno per così poco, chi non se lo chiede ci dice di no a priori perché siamo residenti e nessuno crede alla storia della fine del contatto e dell’attesa della nostra agognata e sospirata casa.  In pratica Bonnie e Clyde occupacase de noartri.

Insomma in questo semi delirio (lunedi prossimo dobbiamo traslocare!) questa si prospetta decisamente una settimana difficile.

E comincia così. Alle sei di questa mattina Michelangelo si sveglia. Mi alzo e gli faccio il latte, il padre glielo dà e lo rimette a nanna. Loro si riaddormentano subito. Io alle sette e mezza.

Alle otto svizzere precise attacca il martello pneumatico che buca la strada sotto la finestra della nostra camera da letto (al primo piano), strada per altro in cui da una settimana non si può parcheggiare per i lavori e che ha reso la ricerca di un posto macchina un incubo al quadrato.

Quando siamo tutti in piedi si capisce che sarà una giornata piena e dura. Oggi Michelangelo ha deciso di diventare un bambino normale e non l’angelo dai capelli rossi che è sempre stato da quando è nato. Ha deciso che non ne vuole sapere di niente e di nessuno se non di stare in braccio a me.

La  fata tata che nel frattempo è arrivata e che cerca di ridare un senso a quella cosa chiamata casa che è il nostro appartamento “in trasloco verso non si sa dove”,  tenta di tenerlo impegnato con dei giochi mentre con una bacchetta magica riordina lo strato del week end. Ma niente oggi è tutto mammamammamamma. Non so se è più penetrante lui o il martello pneumatico che continua a risuonare come un basso perforante fin dentro le ossa. Dunque né io né la fata tata riusciamo a fare niente. A sto punto mi alzo dal computer e decido di portarlo fuori. Almeno lei fa qualcosa e forse io riesco almeno a  telefonare.

Dopo pochi minuti sono seduta a un baretto all’aperto con un cappuccino mezzo versato sul tavolino, il telefono tra il collo e l’orecchio e l’infante arrampicato addosso con una mano sulla mia testa e l’altra nella mia bocca.  Turisti che ridono. Meglio andare. Prima che madre lavoratrice con bambino diventi una delle maggiori attrazioni della città.

Riprendo passeggino e passeggio. Lui si distrae con le bancarelle del mercato di Campo dei Fiori e io riesco a fare quelle due tre telefonate importanti. Parlo anche con Anna di Moms@work che ho incontrato da poco nel “paese reale” dopo averla conosciuta in rete, e ragioniamo di come unire le forze e far incrociare i progetti. Lei di corsa che me la immagino sta dietro a mille cose, con le voci dei suoi bambini in sottofondo, io col fiatone che spingo con una mano e se mi fermo parte l’urlo di Tarzan. Mi viene da ridere. Ma ridere è buon segno mi dico. Non so che cosa esattamente mi abbia fatto tornare il buon umore.  Forse il pensiero che chi si ferma è perduto. Che bisogna continuare a lottare. Che non è bene darsi per vinte e abbandonare il campo da gioco quando le cose sembrano più difficili e i sogni sono in frantumi.

O forse il fatto che mentre  tentavo di rientrare a casa e urlavo come un ossessa al manovratore del martello pneumatico  di posare un secondo l’aggeggio, il tempo di farmi passare con passeggino piegato in spalla e bambino piovra in braccio, passa  Gianni Minoli, uno degli uomini più potenti della televisione italiana,  a cui sarei dovuta andare a chiedere un lavoro, e mi lancia uno sguardo dolce ma un po’ patetico e molto molto eloquente: mestiere difficile fare la mamma…

No un attimo dottore ecco un secondo io sarei un’autrice se avesse un secondo per leggere il mio curriculum e i miei lavori…Ma tutto questo resta nella mia mente. Lui passa, mi sorride, e se ne va. Il martello pneumatico non si ferma e io e il bambolotto attraversiamo il portone di corsa in una nuvola di polvere e frastuono.

Tutto normale, no? Dov’ è la roba dell’altro mondo dite voi?

Qui.

Entro finalmente  nella mia quasi ex casa, appoggio la creatura nel suo box e due cose avvengono nel medesimo istante: lui scoppia a piangere come un cicciobello col bottone pigiato su on e il telefono squilla. Decido chi far smettere prima e mi sembra più facile il telefono. Corro a rispondere.

Non ci crederete:  la sua voce suadente che accompagna l’immagine rassicurante dell’uomo brizzolato, “Salve sono Pierferdinando Casini” Ehhhhhhh? Per un attimo resto stordita ma l’urlo di Tarzan nell’altra stanza mi ripiglia al volo e mi riporta lì al telefono a sentire la voce registrata di Pierferdi che mi chiede il voto in cambio di una più alta considerazione della famiglia.

Poi uno si chiede che c’hai da ridere.

images-8

No Comments »

silvia ferreri on marzo 22nd 2010 in figli, lavoro femminile, madri lavoratrici, vita quotidiana

comunicare con l’inps è facile

Maternità è anche questo.

Sono  a Milano a casa dei miei da una settimana.  Finalmente ho una mattina libera visto che ho spedito nonno (sempre super impegnato) e bambino a fare una passeggiata in  brughiera.

Dovrei lavorare, ho molto da fare e un arretrato da paura. E invece stamattina decido di recitare:  Matrix, la ricerca della verità. Voglio parlare con l’Inps. Per varie ragioni non ho ancora ricevuto il mio assegno di maternità e ho bisogno di informazioni per risolvere questa faccenda.

Vado sul sito dell’Inps: l’home page parla chiaro dice “comunicare con l’Inps è facile”. Sono contenta dico già mi immaginavo un girone dantesco. Qualcuno mi risponderà, e loro certamente sapranno aiutarmi.

Dunque chiamo subito il numero verde indicato nel sito. Sei volte: le prime cinque mi dicono che ci sono troppi utenti in linea, la sesta arrivo praticamente vicina al premio ma quando sta per scattare il paradiso la linea cade. Altre due volte e di nuovo ci sono troppi utenti. Un colpo di fortuna sprecato!

Non demordo. Penso ora chiamo qualche sede piccola di provincia, qualcuno mi risponderĂ , e loro certamente sapranno aiutarmi.

Mi armo. Di pazienza. Ma non credevo ce ne volesse tanta.

Mi ci metto e chiamo tutta una serie di sedi della Lombardia. Qualcuno mi risponderà, e loro certamente sapranno aiutarmi. Per ogni sede ascolto la griglia di proposte e digito il numero corrispondente a “maternità”. Ma poi:

Abbiategrasso: non risponde.

Cinisello Balsamo: non risponde.

Magenta: non risponde.

Codogno (Lodi) la maternità non rientra nemmeno nelle opzioni di scelta numeriche dunque la vocina mi dice attenda per essere messa in contatto con un operatore. Dopo vari minuti la stessa voce mi dice l’interno richiesto è occupato, di seguito l’interno richiesto non ha casella vocale, di seguito l’interno richiesto non esiste. Cade la linea.

Carate Brianza: non risponde

Desio: non risponde

Melegnano: non risponde

Gorgonzola: non risponde

Melzo: non risponde

Milano Baggio: non risponde

Milano Corvetto: non risponde

Milano fiori: sempre occupato

Milano Lorenteggio: non risponde

Milano Missori: sempre occupato

Milano Niguarda: non risponde

Milano Nord: non risponde

Seregno: non risponde

Vimercate:  madonna mia rispondono, sono così emozionata che mi manca il fiato, però non sanno proprio che cosa siano i lavoratori enpals (che non è collaboratrice domestica cerco di spiegargli ma lavoratori dello spettacolo sigh!), mi dice che devo chiamare l’ufficio aziende di Milano nord, mi dà il numero. Ringrazio.

Chiamo lì, c’è un centralino, qualcuno mi risponderĂ , e loro certamente sapranno aiutarmi.

Milano Nord. Il centralino risponde ma  gli interni che mi passa no.  Nessuno dei tre. Tutte e tre  le volte la linea ritorna al gentile centralinista che alla fine dice   signora non rispondono, può provare piĂą tardi. Ma io resto attaccata a quella voce come una cozza nera, gli racconto tutto, mi sfogo, conto le telefonate e poi gli spiego il mio problema per filo e per segno, la mia maternitĂ  persa nell’aere. Lui non batte ciglio, resta lĂ  impassibile, ascolta ogni sillaba come il piĂą pagato degli psicologi. Poi quando io tiro un sospiro con la stessa identica voce di prima dice: signora gliel’ho detto riprovi piĂą tardi, qualcuno risponderĂ  e loro certamente sapranno aiutarla.

Certo.

Ma sono stanca.

E poi è tornato il nonno dalla brughiera.

big1

9 Comments »

silvia ferreri on marzo 5th 2010 in lavoro femminile, maternitĂ , vita quotidiana

bilanciamenti

Sono giorni di bilanci questi. Credo capiti a tutti noi durante i primi giorni dell’anno, di riflettere, di sedersi a scrivere, di riordinare i pensieri sull’anno precedente: di fare i conti insomma di entrate e uscite. Una specie di partita doppia delle emozioni. Per me l’anno appena finito è stato un anno pazzesco: pieno, denso, duro e meraviglioso tutto insieme.

E’ l’anno in cui sono tornata da Parigi, l’anno in cui ho partorito mio figlio, l’anno in cui il mio agente italiano (quello che mi aveva cercata, voluta, pregata, corteggiata) mi ha candidamente scaricata come un baule vecchio.  Ovviamente le ultime due cose sono avvenute esattamente in quest’ordine: bambino-scaricamento.

E così anch’io senza colpo ferire mi sono ritrovata catapultata in quella disgraziata casistica delle donne discriminate dopo un figlio.  Come dire,  fino a oggi ne avevi parlato perché te lo avevano raccontato, ora sai che vuol dire. Certo non è come perdere il lavoro ma è ugualmente brutto, ve lo posso assicurare.

Perché in un secondo sei out. Tu che eri sempre stata in, che eri ancora tra le giovani, che eri ancora utile, che eri ancora bella, che eri ancora divertente, audace, spiritosa, lanciata verso il futuro, a un tratto sei: finita. Di te si parla al passato.

Non sei più bella, né giovane, né magra. Sei l’opposto di tutto. E non importa quando ti dicono che tornerai come prima che tutto si aggiusta che è solo un breve momento della vita. In quel preciso momento crederci non è dovuto. In futuro sì lo sarà, ma in quel momento no, e non c’è niente da fare.

L’esserino che ti spunta accanto da sotto le lenzuola, che è  e sarà da lì in poi la faccenda più importante della tua vita tampona a cerotto il sangue che ti cola. E’ l’unico gancio con la vita. E’ la vita stessa.

Al mio ex agente oggi vorrei dire “grazie”. Un caro, sincero e schietto “grazie”. Per essere stato indiscutibilmente tra le persone più stronze che la vita mi abbia dato di conoscere.

E perché, come dice mia madre, ogni donna ha bisogno di incontrare uno stronzo così nella sua vita. Senza non si rinasce. Si pattina. Quando invece ne incontri uno tale, di tale peso in tutti i sensi, ti ricordi di come si fa, di quanto ci vuole, della fatica che ci metti: a inciampare, cadere, romperti i denti, tirarti su e rialzare lo sguardo.

A lui, a quelli come lui e alla loro infinita tristezza dedico la fine dell’anno appena passato, che ai tempi di mia nonna era un fantoccio vestito di stracci che si bruciava nel mezzo della corte.

Il bilancio per me tutto sommato è molto positivo. Per loro chissà.

5 Comments »

silvia ferreri on gennaio 6th 2010 in discriminazioni, riflessioni, vita quotidiana

© Silvia Ferreri 2009 - Design by kjj