Sono giorni di bilanci questi. Credo capiti a tutti noi durante i primi giorni dell’anno, di riflettere, di sedersi a scrivere, di riordinare i pensieri sull’anno precedente: di fare i conti insomma di entrate e uscite. Una specie di partita doppia delle emozioni. Per me l’anno appena finito è stato un anno pazzesco: pieno, denso, duro e meraviglioso tutto insieme.
E’ l’anno in cui sono tornata da Parigi, l’anno in cui ho partorito mio figlio, l’anno in cui il mio agente italiano (quello che mi aveva cercata, voluta, pregata, corteggiata) mi ha candidamente scaricata come un baule vecchio. Ovviamente le ultime due cose sono avvenute esattamente in quest’ordine: bambino-scaricamento.
E così anch’io senza colpo ferire mi sono ritrovata catapultata in quella disgraziata casistica delle donne discriminate dopo un figlio. Come dire, fino a oggi ne avevi parlato perché te lo avevano raccontato, ora sai che vuol dire. Certo non è come perdere il lavoro ma è ugualmente brutto, ve lo posso assicurare.
Perché in un secondo sei out. Tu che eri sempre stata in, che eri ancora tra le giovani, che eri ancora utile, che eri ancora bella, che eri ancora divertente, audace, spiritosa, lanciata verso il futuro, a un tratto sei: finita. Di te si parla al passato.
Non sei più bella, né giovane, né magra. Sei l’opposto di tutto. E non importa quando ti dicono che tornerai come prima che tutto si aggiusta che è solo un breve momento della vita. In quel preciso momento crederci non è dovuto. In futuro sì lo sarà , ma in quel momento no, e non c’è niente da fare.
L’esserino che ti spunta accanto da sotto le lenzuola, che è e sarà da lì in poi la faccenda più importante della tua vita tampona a cerotto il sangue che ti cola. E’ l’unico gancio con la vita. E’ la vita stessa.
Al mio ex agente oggi vorrei dire “grazieâ€. Un caro, sincero e schietto “grazieâ€. Per essere stato indiscutibilmente tra le persone più stronze che la vita mi abbia dato di conoscere.
E perché, come dice mia madre, ogni donna ha bisogno di incontrare uno stronzo così nella sua vita. Senza non si rinasce. Si pattina. Quando invece ne incontri uno tale, di tale peso in tutti i sensi, ti ricordi di come si fa, di quanto ci vuole, della fatica che ci metti: a inciampare, cadere, romperti i denti, tirarti su e rialzare lo sguardo.
A lui, a quelli come lui e alla loro infinita tristezza dedico la fine dell’anno appena passato, che ai tempi di mia nonna era un fantoccio vestito di stracci che si bruciava nel mezzo della corte.
Il bilancio per me tutto sommato è molto positivo. Per loro chissà .