Archive for the 'discriminazioni' Category

discriminazioni, stipendi e possibilità di carriera

Stavo giusto leggendo Repubblica questa mattina mentre i miei ometti ancora dormono e ovviamente il primo articolo che sono andata a leggere titolava ” Lavoro, la discriminazione femminile, meno posti e stipendi più bassi del 21, 4%.”

Non che ci sia bisogno di alcun commento, ma vi invito a leggere Francesca Sanzo su Donne Pensanti sull’articolo e sull’argomento. Fa un questionario che potrebbe essere piuttosto utile. Dategli un’occhiata e provate a rispondere.

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silvia ferreri on agosto 19th 2010 in discriminazioni, donne pensanti, lavoro femminile, media

Scusate se esulo -2-

Avrei dovuto prevedere che il Santoro del giovedì avrebbe avuto qualcosa da farmi aggiungere all’esulata. Un piccolo post scriptum. Era ospite questa sera nella sezione “giovani†un ragazzo extracomunitario, in Italia da quando era bambino, studente modello presso un’università italiana, che però non gode dei requisiti per avere la cittadinanza e dunque è costretto a rinnovare ogni anno il permesso di soggiorno. Aveva questo giovane non-italiano una conoscenza della lingua italiana sbalorditiva, una padronanza del lessico e della sintassi che vi assicuro da mancata professoressa d’italiano mi ha stupito in un ragazzo di quell’ età.

E mi sono chiesta, e se facessimo un esame per essere cittadini italiani e per avere l’italianità basato sulla conoscenza della lingua italiana? Per tutti però, anche per quelli che la cittadinanza italiana ce l’hanno già per diritto di nascita. Forse molti di quelli dell’Italia agli italiani li troveremmo in coda alle questure. Dovremmo provarci e vedere che succede. Fosse anche solo su secon life no?

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silvia ferreri on aprile 23rd 2010 in discriminazioni, media, riflessioni

Il paese reale

Senza commento riporto semplicemente, l’editoriale di ieri  del direttore Concita De Gregorio e  di seguito un titolo di oggi del Resto del Carlino. La riflessione la lascio a voi, “paese reale”.

Pane e acqua

di Concita De Gregorio

Qualche volta mi è capitato di dimenticare le rette scolastiche. La mensa, soprattutto. Quando i figli sono tutti piccoli, bollettini diversi scadenze diverse: le portano a casa negli zaini dicono mamma tieni, uno appoggia distratto il pezzo di carta sulla mensola, poi magari non si trova più, si perde in mezzo ad altre carte. Si paga in ritardo, con la penale, senza decreti ovviamente, e finisce lì. La prossima volta si sta più attenti. Non si pensa mai – e questo dipende dal fatto, credo, che siamo cresciuti, la mia generazione è cresciuta in un Paese dove la scuola pubblica specie quella elementare era fantastica, la cura dei bambini un bene superiore condiviso – che le colpe dei padri possano ricadere sui figli. C’entrano anche certi insegnamenti primari, certo, tipo questo. Perciò non succede niente, se un padre dimentica di pagare una retta di certo la scuola farà in modo che il bambino non sia neppure sfiorato da un pensiero che non saprebbe concepire. Se – più grave, più triste – i genitori non possono, invece, pagarla, la scuola – il comune, l’ente pubblico, lo Stato – si fa carico della debolezza dei grandi e protegge i piccoli. È ovvio che quando i bambini si siedono a tavola, a mensa, devono avere nei piatti tutti la stessa pasta al sugo. Non c’è nemmeno bisogno di spiegare perché. Perciò ci saranno cose più gravi ma mi dispiace, non riesco a pensare ad altro che a quei nove bambini che lunedì si sono seduti ai piccoli tavoli spostando le piccole sedie, hanno aspettato che arrivasse come ogni giorno la signora con carrello e hanno visto la pasta nei piatti degli altri, il pane nel loro. Scuola elementare di Montecchio Maggiore, provincia di Vicenza. Il comune (Lega, Pdl) aveva avvisato: questa la spiegazione. Sette bimbi stranieri, due italiani: pane e acqua. Riuscite a immaginarvi di avere sei anni, sedervi a tavola coi compagni, vedervi porgere un pezzo di pane, la pasta nei piatti degli altri e i loro sguardi su di voi? Sentire il compagno che chiede «perché tu mangi il pane», e non sapere cosa rispondere? Provate ad andare a ritroso negli anni, a mettervi in quelle scarpe e quei grembiuli: che cosa fareste? Piangereste, restereste in silenzio, mangereste il panino, dareste una spinta al compagno rovesciando il piatto? Ma che paese siamo diventati? Ma cosa ci è successo? Ma come è possibile che abbiamo smarrito persino l’istinto a tutelare l’innocenza, la cura dello sguardo di un bimbo, il suo valore? Cosa ci stiamo a fare, di cosa parliamo se non sappiamo sentire e insegnare questo? Da dove possiamo ripartire se non da qui?

Il resto, tutto il resto, ne consegue. Mille posti in meno alla Fiat, altre mille famiglie che presto non potranno pagare le rette. Andate a cercare la notizia nei giornali, nei tg. Cercate bene, poi fateci sapere. A qualcuno interessa se da domani ci saranno mille posti di lavoro in meno? Non tocca mai a noi, non è vero? Sono storie di poveri, una minoranza. E se nostro figlio è compagno di banco e di classe dei nove a pane e acqua alla fine sarà meglio cambiargli scuola, che magari poi fa domande a cui non sappiamo rispondere. È così imbarazzante sentire i bambini che domandano perché. Diamogli la play station, così stanno zitti.

QN_24 marzo 2010

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silvia ferreri on marzo 24th 2010 in discriminazioni, figli, media, riflessioni

bilanciamenti

Sono giorni di bilanci questi. Credo capiti a tutti noi durante i primi giorni dell’anno, di riflettere, di sedersi a scrivere, di riordinare i pensieri sull’anno precedente: di fare i conti insomma di entrate e uscite. Una specie di partita doppia delle emozioni. Per me l’anno appena finito è stato un anno pazzesco: pieno, denso, duro e meraviglioso tutto insieme.

E’ l’anno in cui sono tornata da Parigi, l’anno in cui ho partorito mio figlio, l’anno in cui il mio agente italiano (quello che mi aveva cercata, voluta, pregata, corteggiata) mi ha candidamente scaricata come un baule vecchio.  Ovviamente le ultime due cose sono avvenute esattamente in quest’ordine: bambino-scaricamento.

E così anch’io senza colpo ferire mi sono ritrovata catapultata in quella disgraziata casistica delle donne discriminate dopo un figlio.  Come dire,  fino a oggi ne avevi parlato perché te lo avevano raccontato, ora sai che vuol dire. Certo non è come perdere il lavoro ma è ugualmente brutto, ve lo posso assicurare.

Perché in un secondo sei out. Tu che eri sempre stata in, che eri ancora tra le giovani, che eri ancora utile, che eri ancora bella, che eri ancora divertente, audace, spiritosa, lanciata verso il futuro, a un tratto sei: finita. Di te si parla al passato.

Non sei più bella, né giovane, né magra. Sei l’opposto di tutto. E non importa quando ti dicono che tornerai come prima che tutto si aggiusta che è solo un breve momento della vita. In quel preciso momento crederci non è dovuto. In futuro sì lo sarà, ma in quel momento no, e non c’è niente da fare.

L’esserino che ti spunta accanto da sotto le lenzuola, che è  e sarà da lì in poi la faccenda più importante della tua vita tampona a cerotto il sangue che ti cola. E’ l’unico gancio con la vita. E’ la vita stessa.

Al mio ex agente oggi vorrei dire “grazieâ€. Un caro, sincero e schietto “grazieâ€. Per essere stato indiscutibilmente tra le persone più stronze che la vita mi abbia dato di conoscere.

E perché, come dice mia madre, ogni donna ha bisogno di incontrare uno stronzo così nella sua vita. Senza non si rinasce. Si pattina. Quando invece ne incontri uno tale, di tale peso in tutti i sensi, ti ricordi di come si fa, di quanto ci vuole, della fatica che ci metti: a inciampare, cadere, romperti i denti, tirarti su e rialzare lo sguardo.

A lui, a quelli come lui e alla loro infinita tristezza dedico la fine dell’anno appena passato, che ai tempi di mia nonna era un fantoccio vestito di stracci che si bruciava nel mezzo della corte.

Il bilancio per me tutto sommato è molto positivo. Per loro chissà.

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silvia ferreri on gennaio 6th 2010 in discriminazioni, riflessioni, vita quotidiana

i diritti dei figli

Yayi Bayam Diouf è una donna del Senegal, una madre. Quando suo figlio ha deciso di imbarcarsi da clandestino per le Canarie insieme ad altri amici del villaggio lei gli ha negato l’autorizzazione. Di nuovo le ha chiesto madre voglio partire, di nuovo lei ha detto no. Poi lui ha preso ad assillarla con quella sua richiesta cercando di convincerla che era l’unico futuro che aveva che doveva lasciarlo partire se voleva il suo bene, e con quel fare bene delle madri che non sanno alla fine dire di no ai propri figli  Yayi infine ha accordato il suo permesso.

Per questo quando lui è annegato insieme ad altre centinaia di corpi in un oceano a largo di qualche stato lei non se l’è perdonato.

Ha resistito al dolore e ha deciso che non doveva essere invano. Ha raccolto le altre madri del villaggio e insieme a loro ha preso a pattugliare le spiagge per dissuadere chi voleva imbarcarsi, per convincerli a restare a non rischiare. Ha messo insieme 345 donne che autotassandosi con un microcredito hanno creato piccole attività lavorative  nel villaggio per dare ai loro ragazzi un futuro senza rischiare di morire.

La ricerca di lavoro per alcuni è ancora oggi addirittura causa di morte. Ricordiamocelo quando togliamo a chi ha rischiato la vita i diritti di ogni altro lavoratore.

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silvia ferreri on novembre 30th 2009 in discriminazioni, figli, riflessioni

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