Archive for the 'riflessioni' Category

resistenza

Mi devo scusare. Con un sacco di gente dunque lo faccio qui oggi 6 agosto quando mi sembra di respirare un attimo (ma neanche troppo). Con le lettrici per aver abbandonato a lungo il blog senza preavviso che non è mai una cosa bella da fare (a parte qualche sporadica risposta), con le colleghe blogger che mi hanno lanciato mail, corde e appelli a cui io non ho potuto dar seguito, con amiche alle cui mail è passato pure un mese prima che potessi rispondere. Mi scuso qui con tutti.

Ma.

Ho dormito poco in questi ultimi tre mesi. Meno della mia media quotidiana che era già poco.

Ho scritto poco, ho lavorato poco.  Ho fatto tutto poco. Gli eventi quotidiani mi hanno travolta ogni giorno, giorno per giorno e ogni risoluzione poneva un nuovo dubbio, e ogni dubbio risolto si trasformava in una nuova questione.  Il cervello sembrava sempre carico di qualche ingombro.

E’ stato un periodo intenso con Michelangelo che cresce e io mi sento sempre un po’ impreparata, sempre un po’ in ritardo, sembra sempre che lui preceda di un attimo il mio imparare che vada sempre un po’ più veloce di me. Quando mi sembra di sapere quello che devo fare si è già passati avanti. Non so, funziona sempre così con i bambini?

A questo si aggiunge l ’acquisto della nuova casa, la ristrutturazione, l’architetto, i preventivi, le scelte (che menomale che nel mio range cromatico esistono solo il bianco e il nero e qualche minima variazione di grigio) l’ennesimo trasloco. E il caldo il caldo il caldo.

E poi il lavoro (certamente) e l’operazione dell’uomo di casa che toglie in momenti cruciali le due braccia principali a tutto l’ambaradan.

Insomma un’ecatombe. Nessun aiuto dalle rispettive famiglie. Come di norma. Certi giorni ero così stanca che piangevo per il troppo stress. Mai sono stata così stanca così intensamente e inverosimilmente stanca, con il corpo e con la mente.

Però il peggio è passato. Da una decina di giorni abbiamo trovato rifugio in Puglia. Il mare è trasparente e quei minuti che passano dall’arrivo in spiaggia a Mic che reclama ogni attenzione sono pura pace. Poi iniziano il gioco e la giornata. Poco spazio ai pensieri e alle preoccupazioni.

E devo dire c’è questa cosa che a me la Puglia mi fa un effetto che mi rimette in circolo tutto il sangue al doppio della velocità e mi sale l’adrenalina della felicità, il buon umore, una sensazione di potenza e onnipotenza che mi fa mormorare tra me e me “andrà tutto bene andrà tutto beneâ€. Ora ci sono con mio figlio. Per la prima volta. E lo guardo e mi si apre il cuore a vederlo giocare nella mia sabbia.

E così nelle tre ore che lui mi regala quando crolla nel sonno pomeridiano sfinito dal mare dei bambini io riesco a tornare a scrivere. Finalmente anche solo col pensiero riesco a riprendere in mano i miei progetti, i miei racconti, il nuovo libro.

Sono solo tre ore eppure mi sembrano molte di più per l’energia che mi porto appresso.

Ho lasciato indietro tante cose negli ultimi tre mesi. Troppe. Alcune molto importanti, altre sono state le prime a cadere, forse non lo erano così tanto. La selezione naturale appare brutale ma estremamente efficace in questi casi.

Però c’è una cosa che mi dà il cruccio, a cui avrei voluto rispondere subito, a cui avrei voluto dar voce immediatamente, perché è un pensiero importante e tutti dovremmo rifletterci. Un post scritto da Francesca Sanzo, Panzallaria, la creatrice insieme ad altre donne di Donne Pensanti. Chiedeva a tutti noi di iniziare una RESISTENZA, una resistenza attiva ai modelli di pensiero stereotipati e unilaterali. Ci chiedeva di diventare PARTIGIANI del pensiero.

Mi è sembrata in quel momento di afa e stanchezza un’immagine bellissima. Noi partigiani e staffette in un paese che ancora una volta è finito nelle mani sbagliate. E nessuno di noi si può esentare. Ognuno deve partecipare, metterci qualcosa. Chi il pane, chi la bici, chi la salsiccia.

Diceva Francesca. Quando mia figlia mi chiederà Mamma cosa hai fatto tu per impedire tutto questo? Non voglio risponderle niente, io non ho fatto niente.

Nemmeno io, quando Michelangelo me lo chiederà. E allora immaginiamoceli i nostri figli, tutti insieme, tutti in fila, a guardarci, a interrogarci con gli occhi, con lo sguardo. Che cosa gli potremo rispondere? Stavo lavorando, guadagnando, traslocando, ristrutturando, risolvendo centomila problemi?

Non si tratta di trovare un’ alternativa politica. Quella  arriverà prima o poi, ormai è solo questione di qualche anno, uno due cinque.  Né di tirar su edifici come dopo una guerra. Quella che ci dobbiamo preparare a fare è una ricostruzione etica e culturale di questo paese. E’ questo che lasceremo ai nostri figli. E per fare questo non bastano cinque anni, ci vuole una vita, una generazione intera che si prende sulle spalle la responsabilità.

E siamo noi. Non è più possibile delegare agli altri. Dobbiamo pensare, parlare, discutere, unirci, trovarci. Spegniamo le televisioni, portiamo i nostri figli al cinema, a teatro, ad ascoltare musica a vedere una mostra. Raccontiamogli che cos’è il bello, che cos’è l’arte, la ricerca.  Programmiamo viaggi insieme a loro. Scopriamo popoli, usanze, cibi, gusti, lingue. Facciamo tutto questo da soli o con altre famiglie. Condividere le esperienze ci fa sentire meno soli e aiuta i bambini a stare insieme fin da piccoli.

E’ la spinta a ritrovare il pensiero, a uscire di casa, a scegliere di diventare attivi, e non più passivi. Sono certa che i risultati saranno lì molto prima di quanto pensiamo. Che i nostri figli capiranno la differenza, impareranno a scegliere da bambini e da giovani adulti tra il bello e il brutto. E’ un principio culturale che facilmente si trasforma in principio etico.

Dobbiamo intervenire ora. Dobbiamo diventare partigiani e mettere in atto la nostra resistenza. Non c’è più tempo da perdere. Mio figlio ha sedici mesi. Quando mi chiederà mamma ma tu cosa hai fatto per questo paese, non mi piacerà abbassare gli occhi e cercare una scusa. Preferirei mostrargli le cicatrici.

2 Comments »

silvia ferreri on agosto 6th 2010 in arte, figli, riflessioni

l’eroe mascherato

Io tra due mesi devo comprare casa. Oggi ci chiedavamo appunto io e Gianca se è il caso di accenderlo sto mutuo per la vita, o se vale la pena aspettare un eroe mascherato in calzamaglia che ci arriva lì il giorno del rogito con un pò di assegnini bell’e pronti. Sarà il caso però di fargli arrivare l’indirizzo del notaio o è come babbo natale che li sa tutti di default?

fila Babbo natale

No Comments »

silvia ferreri on maggio 4th 2010 in riflessioni, vita quotidiana

Scusate se esulo -2-

Avrei dovuto prevedere che il Santoro del giovedì avrebbe avuto qualcosa da farmi aggiungere all’esulata. Un piccolo post scriptum. Era ospite questa sera nella sezione “giovani†un ragazzo extracomunitario, in Italia da quando era bambino, studente modello presso un’università italiana, che però non gode dei requisiti per avere la cittadinanza e dunque è costretto a rinnovare ogni anno il permesso di soggiorno. Aveva questo giovane non-italiano una conoscenza della lingua italiana sbalorditiva, una padronanza del lessico e della sintassi che vi assicuro da mancata professoressa d’italiano mi ha stupito in un ragazzo di quell’ età.

E mi sono chiesta, e se facessimo un esame per essere cittadini italiani e per avere l’italianità basato sulla conoscenza della lingua italiana? Per tutti però, anche per quelli che la cittadinanza italiana ce l’hanno già per diritto di nascita. Forse molti di quelli dell’Italia agli italiani li troveremmo in coda alle questure. Dovremmo provarci e vedere che succede. Fosse anche solo su secon life no?

3 Comments »

silvia ferreri on aprile 23rd 2010 in discriminazioni, media, riflessioni

scusate se esulo

Esulo lo so, scusate se esulo, mi ero ripromessa di non farlo più, ma non mi trattengo e dunque ho capito che o cambio l’intestazione di questo blog in “donne lavoro e altro†oppure ogni tanto esulo e via.

Ma permettetemelo perché l’escalation di notizie degli ultimi giorni  avrebbe meritato un post ciascuna. E per qualcuna forse ci sarà ma andiamo con ordine.

La prima fresca fresca di ieri: la giornata della Fiat. Fiat, come qualche lavoratore giustamente ricordava Fabbrica Italiana Automobili Torino, se il tutto poi avviene altrove magari gli dovrebbero almeno cambiare il nome. Marchionne comunque difendeva fiero l’internazionalità della Fiat, dicendo che questo avrebbe dovuto rendere tutti più contenti. All’osservazione di una giornalista che beh forse qualcuno di un po’ preoccupato c’era, s’è voltato come sorpreso da una domanda assolutamente fuori luogo, “chiii?†ha chiesto esterefatto. Beh gli operai di Termini Imerese, ha risposto la giornalista quasi intimidita dal tirare fuori di nuovo sta storia di Termini Imerese, come se fosse la solita menata. E infatti la reazione del grande manager è stata proprio quella del papà che ancora si trova a dire di no a richieste pressanti da parte di bambini un po’ rompicoglioni, del tipo la paghetta, il cane, l’uccello caraibico o la disco di sera a 11 anni. La risposta definitiva, ferma e decisa, del padre stremato da questo continuo tirargli la giacchetta, è uscita senza vergogna: “La decisione di Termini Imerese è stata presa. La vita continua.â€

Qualcuno dovrebbe spiegare a questa specie di mostro in maglioncino di cashmere bluette che cos’è la vita fuori da una villa, uno yacht un ristorante, un campo da golf.

O forse arrivare addirittura a ricordargli il suicidio di chi perde il lavoro e non ce la fa a sopportarlo, prima di affermare con ironia che “la vita continuaâ€. Per qualcuno si ferma, per qualcun altro magari va avanti. Più o meno come un calvario fino alla croce.

La seconda. La ministra pitipù Gelmini, core de mamma, che a solo dodici giorni dal parto lancia nell’aere l’idea delle graduatorie regionali. Così, tanto per spargere un po’ di bontà. A certa gente gli ormoni danno davvero alla testa. Io dodici giorni dopo aver partorito versavo lacrime per ogni ingiustizia del mondo, volevo adottare tutti gli orfani della terra e allattare i non orfani privi di latte materno, ma invece magari a lei è presa così: una bella botta di razzismo e via. Che se non me lo lasciano fare coi neri almeno ci provo coi terroni. Dovesse finire la baby Gel con una cattiva maestra come quelli in cui incappò il baby Trota-Bossi.

La terza ma non ultima. Non me ne vogliano i miei amici appassionati e tifosi, soprattutto uno, assiduo lettore di questo blog. Non me ne vogliano se esprimo qui tutta la mia antipatia per il calcio. Di più antipatico del calcio ci sono solo i tifosi violenti, quelli contro i quali nessuna amministrazione, nessun governo, nessun politico è riuscito mai a fare nulla (per ovvi interessi economici), quelli per intenderci che quando c’è una partita come quella di domenica scorsa a Roma tengono in ostaggio un’intera capitale. Quelli che danno fuoco (per fatalità di una molotov per carità) a un’auto con dentro una madre con i suoi due figli piccoli. Per fortuna la madre e i bimbi vengono messi in salvo mentre l’auto brucia.

E’ di ieri la notizia che l’amministrazione comunale ha deciso senza indugio di rifondere la povera donna con un’ auto nuova. Il minimo che si possa fare. Del resto che altro potrebbe servire a una famiglia che ha appena rischiato la vita e i cui due bambini rimarranno scioccati per sempre dall’immagine del fuoco intorno a loro e alla loro mamma? Forse potevano chiedere a Marchionne. Per fortuna almeno in questo caso, la vita va avanti. Per tutto il resto c’è Mastercard. Avrebbe detto qualcuno.

6081063

No Comments »

silvia ferreri on aprile 22nd 2010 in bambini, riflessioni, scuola

non lo dico io lo dice l’istat

images-2 In Italia, in un giorno medio il tempo di lavoro totale (retribuito e familiare) arriva per le donne a 7h26′-  valore superiore a quello di molti altri paesi (Germania 6h16′, Belgio 6h39’, Norvegia 6h40’, Finlandia  6h45’ e Inghilterra 6h48’) ed inferiore solo a quello registrato nell’Est Europa - (per esempio, la Lituania  8h10’, la Slovenia 7h57’, la Lettonia 7h37’, l’Estonia 7h35’). Inoltre, se si guarda alla composizione  interna del lavoro totale, il lavoro familiare presenta n Italia un peso maggiore (74%) che altrove. Al  contrario, gli uomini italiani si collocano al penultimo posto per quantità di tempo dedicato  mediamente al lavoro totale (6h01’), seguiti solo dagli uomini tedeschi (5h56’).




No Comments »

silvia ferreri on aprile 19th 2010 in lavoro femminile, madri lavoratrici, riflessioni

giovedì 29 aprile

carissima Silvia,

ti scrivo per dirti che con Elisa abbiamo quasi messo a punto
l’incontro del 29 aprile. In allegato trovi una bozza di invito. L’orario è da confermare.
Pensavamo - se sei d’accordo - di mandare il tuo documentario per intero,
seguìto da altri due brevi video: uno di Sabina Ambrogi (presente all’incontro) e l’altro:
un frammento dal documentario “Il corpo delle donne”, di Lorella Zanardo.
Successivamente, vorremmo ragionare con voi (come sai, ci saranno anche Elena Stancanelli ed Emanuele Trevi) sui temi: ’donne e rappresentazione televisiva’, ‘donne e lavoro’, ’stereotipi sulle donne proposti dalle donne stesse’.
Il nostro interesse nasce dalla constatazione di come il pensiero comune – anche con le migliori intenzioni - sia convogliato nella critica al modello televisivo che rappresenta, in realtà, una percentuale bassissima di donne.
ll risultato è un guazzabuglio di moralismo, critica ai costumi e denuncia ai mulini a vento.
Nei fatti, la realtà delle donne non è quella rappresentata dal piccolo schermo.
Ci siamo fatte l’idea che concentrare l’attenzione sul presunto ’scandalo’ della chirurgia estetica, sulle escort o sul velinismo ‘reificante’ (come fa la Zanardo, e non solo; ripeto: con le migliori intenzioni) sia un falso bersaglio; un’operazione che potenzialmente indebolisce eventuali proposte politiche.
E che comunque non è attendibile, nemmeno statisticamente, come campione rappresentativo.

Vorremmo, insomma, provare a capire se le donne
si sentano rappresentate dai problemi posti dall’immagine televisiva.
Noi non ne siamo così convinte. E soprattutto, non condividiamo il moralismo di fondo,
che le spartisce in ‘buone’ (con le rughe) e ‘cattive’ (con botulino).
Non siamo soddisfatte di questa narrazione. E ci chiediamo come mai, invece
che parlare di diritti e di politica, le donne esauriscano tutte le risorse, anche intellettuali, nell”oggettivazione’ del loro genere, come fosse qualcosa di posseduto ed estraneo al tempo stesso. Pare ci sia un’ossessione di fondo, ovvero: ’problemi relativi alla rappresentazione del  corpo’. Un procedimento di astrazione che gli uomini, per esempio, non praticano, a meno che non vogliano cambiare gender o fare il presidente del consiglio.

Ovviamente, questa è solo la (riccamente ingarbugliata) linea di fondo: politica o rappresentazione?
Metteremo altri temi sul piatto. Anche a partire dal tuo documentario.
Che parla di lavoro. E di maternità.

Fammi sapere se ci sono problemi, intanto
buon fine settimana

Sara & Elisa

Ho ricevuto qualche giorno fa da Sara Ventroni ed Elisa Davoglio questa mail che altro non è che il succo del programma della serata del 29 Aprile a Roma alla quale mi hanno invitata insieme ad altre scrittrici e scrittori. L’ho trovata così interessante da volerla pubblicare e soprattutto ho trovato per la primissima volta qualcuno che (vi giuro senza averne mai parlato prima) ha il mio stesso identico pensiero su molti temi  proposti negli ultimi mesi che io non riconosco affatto come pregnanti nè nel loro contenuto nè soprattutto nella forma in cui sono stati velocemente impacchettati. Come a dire che anche a proporre i temi di discussione, a farne parlare, a farli girar ovunque per il web bisogna essere brave a fare marketing.

Le ringrazio di questa opportunità e soprattutto invito chi ha una serata libera giovedì 29 Aprile. Per chi ancora non l’ha visto sarà una buona occasione per vedere Uno virgola due in proiezione. Vi dirò luogo e orario.


No Comments »

silvia ferreri on aprile 18th 2010 in incontri, maternità, media, riflessioni

Il paese reale

Senza commento riporto semplicemente, l’editoriale di ieri  del direttore Concita De Gregorio e  di seguito un titolo di oggi del Resto del Carlino. La riflessione la lascio a voi, “paese reale”.

Pane e acqua

di Concita De Gregorio

Qualche volta mi è capitato di dimenticare le rette scolastiche. La mensa, soprattutto. Quando i figli sono tutti piccoli, bollettini diversi scadenze diverse: le portano a casa negli zaini dicono mamma tieni, uno appoggia distratto il pezzo di carta sulla mensola, poi magari non si trova più, si perde in mezzo ad altre carte. Si paga in ritardo, con la penale, senza decreti ovviamente, e finisce lì. La prossima volta si sta più attenti. Non si pensa mai – e questo dipende dal fatto, credo, che siamo cresciuti, la mia generazione è cresciuta in un Paese dove la scuola pubblica specie quella elementare era fantastica, la cura dei bambini un bene superiore condiviso – che le colpe dei padri possano ricadere sui figli. C’entrano anche certi insegnamenti primari, certo, tipo questo. Perciò non succede niente, se un padre dimentica di pagare una retta di certo la scuola farà in modo che il bambino non sia neppure sfiorato da un pensiero che non saprebbe concepire. Se – più grave, più triste – i genitori non possono, invece, pagarla, la scuola – il comune, l’ente pubblico, lo Stato – si fa carico della debolezza dei grandi e protegge i piccoli. È ovvio che quando i bambini si siedono a tavola, a mensa, devono avere nei piatti tutti la stessa pasta al sugo. Non c’è nemmeno bisogno di spiegare perché. Perciò ci saranno cose più gravi ma mi dispiace, non riesco a pensare ad altro che a quei nove bambini che lunedì si sono seduti ai piccoli tavoli spostando le piccole sedie, hanno aspettato che arrivasse come ogni giorno la signora con carrello e hanno visto la pasta nei piatti degli altri, il pane nel loro. Scuola elementare di Montecchio Maggiore, provincia di Vicenza. Il comune (Lega, Pdl) aveva avvisato: questa la spiegazione. Sette bimbi stranieri, due italiani: pane e acqua. Riuscite a immaginarvi di avere sei anni, sedervi a tavola coi compagni, vedervi porgere un pezzo di pane, la pasta nei piatti degli altri e i loro sguardi su di voi? Sentire il compagno che chiede «perché tu mangi il pane», e non sapere cosa rispondere? Provate ad andare a ritroso negli anni, a mettervi in quelle scarpe e quei grembiuli: che cosa fareste? Piangereste, restereste in silenzio, mangereste il panino, dareste una spinta al compagno rovesciando il piatto? Ma che paese siamo diventati? Ma cosa ci è successo? Ma come è possibile che abbiamo smarrito persino l’istinto a tutelare l’innocenza, la cura dello sguardo di un bimbo, il suo valore? Cosa ci stiamo a fare, di cosa parliamo se non sappiamo sentire e insegnare questo? Da dove possiamo ripartire se non da qui?

Il resto, tutto il resto, ne consegue. Mille posti in meno alla Fiat, altre mille famiglie che presto non potranno pagare le rette. Andate a cercare la notizia nei giornali, nei tg. Cercate bene, poi fateci sapere. A qualcuno interessa se da domani ci saranno mille posti di lavoro in meno? Non tocca mai a noi, non è vero? Sono storie di poveri, una minoranza. E se nostro figlio è compagno di banco e di classe dei nove a pane e acqua alla fine sarà meglio cambiargli scuola, che magari poi fa domande a cui non sappiamo rispondere. È così imbarazzante sentire i bambini che domandano perché. Diamogli la play station, così stanno zitti.

QN_24 marzo 2010

2 Comments »

silvia ferreri on marzo 24th 2010 in discriminazioni, figli, media, riflessioni

Anche no, grazie

Due notizie degli ultimi giorni che mi hanno innervosita abbastanza.

276798

La prima, Kathryn Bigelow, vince l’Oscar come miglior regista. E fin qui. Prima donna ad arrivare a questo risultato (allelujah nel 2010!). Tra l’altro la vittoria vale cento volte tanto, perché arriva con un film low budget alla faccia dello strapotere degli Studios e dei soldoni. Come a dire voi tenetevi i dollari a me lasciatemi l’arte. Vero, perché da anni la Bigelow fa un film più bello dell’altro.

Dunque la notizia è di quelle che restano nella storia. Bene, dico io, non potevamo fermarci qui?

Cioè, era proprio necessario (dopo aver dato la notizia del premio cinematografico più prestigioso al mondo nelle prime cinque righe dell’articolo) spendere il resto dell’inchiostro nella descrizione di:

- Altezza della regista (1,83) ovviamente mezza bellezza

- Colore dei capelli castano, forse  tinto certo perché qualche capello bianco ovviamente c’è  (ma va a  58 anni?) ma i colpi di sole alleggeriscono e danno luce

- Il gloss sulle labbra,  i denti bianchissimi, e l’ombretto smokey (di quelli leggeri ma che disegnano perfettamente gli occhi)

- I bicipiti  che fanno invidia alle ventenni frutto di ore di allenamento

- Il ventre ultrapiatto (anch’esso proveniente dall’allenamento)

- Gambe snelle scattanti e allenate (appunto vedi allenamento)

Il tutto grazie alla grande passione per l’attività fisica della Bigelow,  visto che diciamocelo non è da tutte, perché chi vorrebbe passare ore a correre sulle spiagge della California o a nuotare nella piscina della propria villa, piuttosto che stare seduta in un ufficio accanto al collega con l’alito pesante e a mangiar tramezzini lavorando davanti al computer nell’ora di  pausa per  uscire prima e correre a casa/asilo/scuola/calcio/musica/inglese?

Peraltro (e torniamo alla grande Bigelow), peraltro fare la regista è un lavoraccio. Sul serio. E’ un lavoro pesante, in cui hai decine (o centinaia a seconda della produzione) di persone da coordinare che nella stragrande maggioranza dei casi sono maschi. E i maschi si  sa non amano farsi comandare dalle donne. E’ un lavoro in cui ti fai veramente un culo così, è un lavoro in cui mille persone al minuto ti chiedono una soluzione e tu gliela devi dare, devi essere abbastanza dura da tenere la tua posizione ma abbastanza docile per farla accettare di buon grado agli altri, insomma anche un bravo mediatore, devi rassicurare chi sta con te che va tutto bene, che la barca non affonda che siamo tutti parte di una grande avventura e insieme difenderti dalle continue bordate di chi cerca di farti fuori ogni secondo con un sasso affilato che ti si pianta proprio nel mezzo delle  scapole. Se sei troppo dura sei una stronza (o in alcuni casi lesbica a seconda) se sei troppo dolce non sai tenere la troupe e dunque un’incapace. Insomma, diciamocelo, un lavoro per donne con palle così. Se in più fai pure bei film allora sei  veramente un mito. Se poi li fai anche low budget cioè senza strapagare tutti ma motivandoli per il solo fatto che stanno lavorando con te allora sei Dio.

Vogliamo raccontare anche questo quando parliamo della  Bigelow?  Oppure continuiamo a concentrarci sullo stile casual e  impeccabile anche durante le riprese,  sul berretto con visiera che protegge la pelle diafana dai raggi del sole (segreto della sua bellezza, ma magari sai in Iraq c’è quel tantinello di sole), sui mezzi guanti che le permettono di avere le mani libere ma nello stesso tempo la riparano dalle intemperie?

Per poi finire (perché ci mancava) all’uomo notevolmente più giovane con cui una donna così si accompagna.

Risultato: Kathrin bella da Oscar. Point Break e Strange Days, due dei film più belli della storia della cinema (per non parlare di Hurt Locker) offuscati dalle importanti rivelazioni del chirurgo estetico di turno sentito su quanto del suo viso sia naturale e quanto sapientemente aggiustato.

Anche no grazie. Lasciateci Katryin grande regista. Almeno in questa occasione.

E la prima.

La seconda notizia più breve e cacciottara, riguarda la diva de noartri, la Sofiona nazionale. Anche lì. Ma stiamo ancora pensando all’icona del sesso? Ma quanti hanni ha? Per carità non è che voglio dire che a settant’anni le donne non siano affascinanti, non debbano dedicarsi a piacevoli attività sessuali o non debbano sentirsi belle. Ma ogni età ha il suo modo dico io. La Sofiona settantenne che si fa fotografare stile basic instit con la biancheria in bella vista tra le gambe mi fa salire un filo di pena, un po’ di tenerezza, un  sentimento di generico rammarico, qualcosa che mi fa bisbigliare in silenzio senza farmi sentire dai presenti… nonna attenta ti si vedono le mutande.

Ecco, appunto, anche no grazie. Perchè essere donne belle non può sempre essere la notizia più importante.

100610099-1c4a39b0-e13f-49f1-93ed-a8a0c7373899

2 Comments »

silvia ferreri on marzo 12th 2010 in arte, riflessioni

Le donne, i piedi, l’Africa e l’otto Marzo

Questo Otto Marzo mi è passato davanti così come fosse un qualsiasi sette o un dieci o un ventitre. Però molto  più speciale di un ventitre qualsiasi perché per la prima volta viaggiavo con mia madre e con mio figlio, insieme. Il viaggio è un momento che adoro, che sia treno aereo, macchina, nave è un momento di passaggio di stato che quasi sempre porta una novità.  In più questa volta non avevo dovuto salutare mammadisilvia a Milano ma la portavo con me. Speciale. E se non fosse stato per i tulipani rossi che Giancarlo  ha portato alla stazione a madre e figlia l’otto marzo  sarebbe passato proprio sotto il naso.

Poi ho sentito della campagna Noppawira che propone  di assegnare quest’anno il nobel per la pace alle donne africane, a tutte, o meglio ai piedi delle donne africane.

I piedi che cercano il cibo nei mercati, i piedi che se ne vanno a prendere acqua per chilometri lontani con bambini attaccati alle spalle  e la riportano ai villaggi con recipienti pesanti sulle teste, i piedi che reggono i pesi dei conflitti voluti dagli uomini, i piedi che fuggono per chilometri e nazioni, i piedi che portano i bambini in salvo, i piedi che protestano contro le violenze.  E’ l’Africa, e cammina con i piedi delle donne.

Allora ho pensato a tutte le volte che noi donne ci reggiamo, ci muoviamo, ci piantiamo, sui nostri piedi. A quanto sopportano i piedi delle donne, di tutte le donne, piedi che corrono, lottano con il tempo, i ritardi, le cose da fare, le mille anime dentro di noi, piedi che piangono, piedi che ballano, piedi che si alzano sulle punte per sbirciare, guardare, fatemi vedere che son piccina e non ci arrivo. Perché gli uomini, quelli più alti stanno quasi sempre davanti.

Ma a furia di allungarci forse ci siamo alzate di qualche spanna.

4 Comments »

silvia ferreri on marzo 11th 2010 in riflessioni

sulla maternità (risposta a denise su essere madri significa tra l’altro)

Cara Denise, mi chiedi di leggere il tuo scritto sulla maternità io lo faccio e ti dico la mia. Lo faccio qui perché a questo punto sebbene leggermente fuori tema rispetto al mio argomento credo che possa essere un soggetto di discussione. Ti ringrazio per aver posto la questione. Tu dici che scrivi cose impopolari, ma non è questo che m’interessa, piuttosto il dirti perché non sono d’accordo con te.

Non faccio parte della categoria di donne che la maternità è tutto bello rose e fiori, che io la panciona l’ho odiata da subito e mi sentivo la donna più brutta del mondo.  Sono ingrassata, i capelli mi si sono ammosciati, gli ormoni mi hanno portato fame e pianto alternati e pure insieme, e ho anche smesso di fumare, che ogni tanto pensavo quasi quasi un tiro me lo faccio ma poi resistevo.

Ancora oggi che il mio eroe ha dieci mesi, mi vedo sovrappeso, mi sfascio in piscina avanti e indietro per perdere altri dieci chili e la pancia è tuttora ripiegata su quel taglio (ma non doveva essere un taglietto?) che non viene proprio più su. E la gente che mi dice (di solito le commesse quando mi aggiro mesta per i negozi) sì però signora vuole mettere in cambio ha avuto questa meraviglia. Dico sì ascolti mio marito la meraviglia ce l’ha uguale.

No io devo dire che se potessi la fase pancione ma che bella pancia che tutti ma cacchio proprio tutti pure gli estranei in ascensore te la devono toccare perché porta bene ( ma scusate ma voi toccate gli estranei normalmente? no perché a me sta cosa mi mandava ai matti!) comunque io dicevo la fase pancione la salterei a piè pari. Direi che se potessi averne un altro bell’è fatto forse penserei al secondo. Ma un’ altra panza no, un’altra panza no. Che non ti vedi più i piedi e non riesci a metterti gli stivali (che tra la montagna e i piedi gonfi), quella lentezza quando esci dal corso in piscina per gestanti, la fatica che fai a rivestirti che in pratica il vero sport è quello, e non l’ora di nuoto che hai fatto prima.

Per cui passiamo avanti,  fino alla nascita io rose e fiori non ne ho visti e se mulini bianchi ci sono stati devo essermici seduta sopra con i miei settantacinque chili e forse sono finiti sgretolati.

Non so se considerarmi una donna di mezza cultura (mia madre ha pagato perché ne avessi una intera ma non è detto che i suoi sforzi siano riusciti) e non è vero che non desideravo ALTRO che essere madre, (nel senso che nella vita desidero molte cose, tra cui continuare ad amare l’uomo che amo e il mio lavoro) ma non ci crederai quando parlo di mio figlio gli occhi prendono quella strana forma a cuoricino che dici tu, ballonzolano da una parte all’altra del cranio, e comincio a balbettare qualcosa a proposito dei pochi neuroni che mi sono rimasti dopo quell’evento straordinario che ha travolto la mia vita.

Per cui tenterò di rispondere brevemente ai punti che poni su “essere madre significa anche”…

Dover coltivare relazioni che non si sono scelte. Non lo so il bambino è molto piccolo dunque per ora decido io. In futuro chi lo sa, ma conoscendo me e Giancarlo sarà difficile, molto difficile che frequenteremo persone che non ci piacciono. Semmai allarghiamo la cerchia delle persone che ci piacciono.

Sono tutti pronti a dire la propria. Yeahh viviamo lontani da entrambe le famiglie e le vediamo abbastanza perché vedano crescere felici l’adorato nipotino, ma non abbastanza perché abbiano il tempo per dire ma hai messo al bambino una tutina nera, ma dai ma non si veste il bambino di nero. Di solito quando arriviamo a questo punto noi siamo già sul treno con le manine in aria a salutar.

Rinunciare a viaggiare in appagante solitudine. Ho rinunciato a viaggiare in appagante solitudine dopo l’ultimo viaggio in Brasile (in solitudine appunto) poi ho conosciuto mio marito e ho capito che in solitudine non mi sarebbe più andato di fare niente, perché che gusto c’era senza di lui? In India da sola dunque non mi viene proprio in mente, con i miei ometti appena lui sarà abbastanza grande da reggersi da solo su un elefante perché no?

Doversi appoggiare agli altri e chiedere costantemente aiuto. Aiuto non ne chiedo a nessuno, ho una tata meravigliosa fino alle due, che mi costa poco più di un asilo. Di pomeriggio ci organizziamo tra noi. Per il resto non sento di dover rendere pubbliche le mie opinioni né i miei stili di vita, che peraltro non  ho cambiato di una virgola da quando abbiamo avuto il bambino. Usciamo, andiamo a cena, facciamo cene a casa almeno una volta a settimana, viaggiamo molto. Il bambino è felice, noi siamo felici. Perché qualcuno dovrebbe dirmi come vivere?

Dover escludere progetti di vita considerati destabilizzanti per il piccolo. Ciò che escludo decisamente non sono progetti che altri considerano destabilizzanti ma ipotesi di allontanamento per lunghi periodi che mi porterebbero a soffrire talmente tanto la mancanza della mia famiglia da rendere inutile qualsiasi altra cosa.

E sulla depressione, lo so sono fortunata, non perché non ci sia passata ma perché mio figlio è sempre stato un bambino molto tranquillo che non ha mai pianto drammaticamente se non per piccole necessità che una volta soddisfatte lo facevano tornare allegro. Saper parlare della depressione dipende anche da noi.

Dover riprendere la forma è pesante e seccante, vero. Io avevo la taglia 40, in gravidanza ho preso diciassette chili, ma il meglio l’ho dato in allattamento, che il bambolotto mangiava come un ossesso e io sono passata da Kate Moss a Pamela Anderson tutto in una notte. Per i nove mesi dopo la nascita io invece di dimagrire continuavo a mettere peso. Certo quando produci un litro e mezzo di latte al giorno. Cicciona e sfatta. Felice? Col cavolo. Però pensavo quanto durerà? Pochi mesi, poi smetterò e tornerò come prima. Certo quando la signora di turno (perché è capitato anche a me) mi ha fatto le congratulazioni l’ho incenerita e ho ringhiato ho già fatto signora, è già nato. Ma non ho mai pensato che allattare fosse un limite alla mia libertà di movimento. Anzi dove andavo io veniva lui e con quale ostentatezza sventolavo la mia (per una volta nella vita) tettona per nutrire l’esserino.

Ai tutti quelli che volevano vedere il bambino ho dato degli orari e dopo la prima volta che me lo hanno strappato di mano (perché succede) ho escogitato (su consiglio della mia super pediatra) sistemi di difesa da leonessa che vi giuro nessuno ci si è più provato.

E credo anch’io che durante i primi mesi possa verificarsi qualche limite intellettuale, con le mie amiche qualche volta facciamo la conta dei neuroni. Ma anche quelli torneranno. A detta delle mie mamme di riferimento, torneranno. E in fondo basta vedere quante donne meravigliose sono diventate madri e  hanno comunque prodotto il fior fiore della cultura femminile.

Dunque come vedi, cara Denise, non sono d’accordo con te, ma soprattutto non sono d’accordo quando dici che da madri si è costrette a vivere nel conformismo e nella  medietà più volgari. Questo non dipende e non dipenderà mai dalla nascita di un bambino, è tutto frutto della nostra personalità e della nostra formazione.

Non c’è un giorno della mia vita che io abbia regalato al conformismo e alla medietà. Quando ho sentito che poteva accadere ho tagliato corde e cordoni di cose e persone e ho spinto via zavorre. E mio figlio non è solo il destinatario di tutta la mia energia ma anche la pura fonte, come una centrale che si autoalimenta ad amore per produrne altrettanto. E’ impossibile descrivere a parole il movimento che fa il mio cuore quando vedo il suo sorriso la mattina.

Altro è non desiderare figli. Se così è bisogna avere il coraggio di accettarlo, senza provarci, perché non è che dopo si può tornare indietro, perché allora sì che si finisce ad essere infelici e a sopportare dei bambini non voluti che con la nostra pena c’entrano davvero poco. E anche questo mi sembra un argomento da considerare.

19 Comments »

silvia ferreri on gennaio 27th 2010 in figli, gravidanza, maternità, riflessioni

© Silvia Ferreri 2009 - Design by kjj