Archive for the 'lavoro femminile' Category

discriminazioni, stipendi e possibilitĂ  di carriera

Stavo giusto leggendo Repubblica questa mattina mentre i miei ometti ancora dormono e ovviamente il primo articolo che sono andata a leggere titolava ” Lavoro, la discriminazione femminile, meno posti e stipendi piĂą bassi del 21, 4%.”

Non che ci sia bisogno di alcun commento, ma vi invito a leggere Francesca Sanzo su Donne Pensanti sull’articolo e sull’argomento. Fa un questionario che potrebbe essere piuttosto utile. Dategli un’occhiata e provate a rispondere.

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silvia ferreri on agosto 19th 2010 in discriminazioni, donne pensanti, lavoro femminile, media

brunetta dixit

Allora ieri il brunetta dixit, che cosa devono fare le donne con quei cinque anni in piĂą? Accudire i loro figli? O magari i nipoti? Meglio che lavorino no?
Infatti visto che fino a oggi il welfare ce lo siamo fatte da noi, adesso che le nostre nonne baby sitter lavorano cinque anni in più, ora che siamo diventate vere europee, come le olandesi in topless a Riccione d’estate, allora il welfare adesso ce lo fate voi.

No brunetta? Ci pensate voi?? Grazie brunetta. Sapevamo che potevamo contare su di lei. Che insomma sarebbe stato all’altezza.


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silvia ferreri on giugno 9th 2010 in lavoro femminile, madri lavoratrici

sui generis

Sui Generis è una manifestazione dedicata a donna e lavoro: per le pari opportunitĂ  in economia, politica e famiglia.Si tiene a Mantova da oggi fino all’8 di Maggio. Il video di presentazione è interessante e ben fatto. Peccato non aver saputo prima di questa manifestazione alla quale forse potevamo partecipare e dare qualche spunto. Chi ne ha qualche notizia in piĂą ci faccia sapere.

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silvia ferreri on maggio 6th 2010 in lavoro femminile, madri lavoratrici, pari opportunitĂ 

La Gelmini le donne normali e l’era dell’ottimismo

“Una donna normale deve certo dotarsi di una buona dose di ottimismo, per lei è più difficile, lo so; so che è complicato conciliare il lavoro con la maternità, ma penso che siano poche quelle che possono davvero permettersi di stare a casa per mesi. Bisogna accettare di fare sacrifici.” Maria Stella Gelmini, Corriere della Sera.

L’era dell’ottimismo. La chiamerei così questa nuova era, Signora Gelmini, mi ha dato una bella idea. L’era dell’ottimismo, come piaceva dire a un vecchio poeta delle lettere prestato a un centro commerciale (che per dircela tutta come immagine era quanto di meno ottimistico si potesse concepire). Ma d’altronde.

L’era dell’ottimismo allora. Chiamiamola così. Quest’era di crisi che segna la fine di prospettive di lavoro per maestre e operai, quest’era che abbassa ancora di più le aspettative riproduttive per famiglie il cui reddito prima precario ora è defunto. Qualche anno fa si facevano uno virgola due figli a testa, come dicevo in un mio documentario. Oggi credo meno. Perché quel poco di benessere e progettualità che due contratti precari permettevano a sposi allegri e appunto ottimisti, oggi manca. Anche grazie a lei. Non le voglio certo togliere il merito di questo.

Non le bastava però aver stangato migliaia di insegnanti e massacrato la scuola pubblica. Ha voluto dire la sua anche sulla maternità e sulle leggi che proteggono la donna lavoratrice madre.

Sono qui per questo signora Gelmini per ricordarle che quello straordinario testo unico di Legge del 2000, è il frutto di anni di lotte di donne e anche di uomini, cui lei Signora Gelmini dovrebbe essere grata come lo sono tutte le donne di questo paese. Perché grazie a quel testo unico, le donne sono protette dalla discriminazione e dal licenziamento, ma soprattutto cara signora sono protetti i bambini. Sono protetti dai datori di lavoro scellerati che vorrebbero le madri indietro quindici giorni dopo il parto e sono protetti dalle madri ancora più scellerate dei loro padroni che decidono di farlo. Per questo signora Gelmini il congedo parentale è un obbligo, perché non ci sia bambino o bambina che sia discriminato e che debba sentire la mancanza di sua madre nei primi mesi di vita a causa della mancanza di buon senso (cuore o cervello che sia). Peccato che proprio lei, signora Gelmini, ministro di questa nostra zoppicante repubblica abbia deciso di dare il cattivo esempio a questo paese tornando al lavoro ben prima di quanto le sarebbe permesso. Peccato che nessuno le faccia notare che sta infrangendo una legge dello stato, che sua figlia seppur figlia di un importante ministro, dovrebbe godere dello stesso privilegio che ogni neonato ha e che gli viene assicurato per legge: il diritto di stare con sua madre e di godere delle sue attenzioni nei i primi mesi della sua vita.

Le leggi si sa esistono per questa Maria Stella per evitare che qualche buontempone cada in tentazione facendo qualcosa che il buon senso dovrebbe proibire. Quando il buon senso non basta piĂą allora menomale che qualcun altro ci pensa per noi.

Perché sa, se tutto si risolvesse come dice lei con l’ottimismo quanto meglio staremmo tutte quante. Potrebbe signora Gelmini provare a infonderci un po’ del suo ottimismo? Potrebbe regalarne di grazia un po’ alle donne che perdono il lavoro e la salute per via del mobbing al rientro della gravidanza? Potrebbe spargerne un po’ sulle precarie a cui non viene confermato il contratto dopo l’annuncio del prossimo lieto evento? O su quelle che di ottimismo purtroppo mancano (ma come si fa dico io) quando devono decidere di lasciare il lavoro perché il loro stipendio non basterebbe a coprire le spese della baby sitter essendo gli asili insufficienti? E si ritrovano disoccupate a casa a trent’anni magari dopo anni di studio e fatiche?

Maria Stella, il tuo nome stesso butta luce su di noi. Accetta i nostri sacrifici di donne normali, come ti piace chiamarci, e indicaci la via. Rispetta le leggi e proteggile, tu che godi di privilegi a cui noi donne normali non possiamo aspirare.

Perché non sia mai che da oggi in poi qualche datore di lavoro diciamo così un po’ gelminiano debba dire lo ha fatto lei lo puoi fare anche tu, o perchè non le venga in mente signora Maria Stella di pensare se lo faccio io lo possono fare anche le altre, e mettere magari la pulce nell’orecchio alla collega delle pari opportunità per rivedere in tempo di crisi la legge a protezione della maternità.

Perché dovessimo legarci in catene davanti al ministero con i nostri figli al collo questa signora Gelmini non gliela faremo passare mai. Poche cose sono intoccabili in Italia, e questa è una di quelle.

Ma intanto la ringraziamo davvero di aver fatto passare e sdoganato soprattutto davanti ai suoi colleghi maschi,  quel vecchio messaggio contro il quale noi donne normali da anni lottiamo, che il congedo di maternità sia una sorta di vacanza premio a cui il parto ti dà diritto, un privilegio appunto. Grazie davvero signora Maria Stella per aver distrutto in pochi secondi il lavoro e le conquiste di anni.

Il privilegio infatti non è più un diritto acquisito ma qualcosa che il potente dà e il potente toglie. Lei è potente e noi siamo donne normali. Grazie di avercelo  ricordato di nuovo.

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non lo dico io lo dice l’istat

images-2 In Italia, in un giorno medio il tempo di lavoro totale (retribuito e familiare) arriva per le donne a 7h26′-  valore superiore a quello di molti altri paesi (Germania 6h16′, Belgio 6h39’, Norvegia 6h40’, Finlandia  6h45’ e Inghilterra 6h48’) ed inferiore solo a quello registrato nell’Est Europa - (per esempio, la Lituania  8h10’, la Slovenia 7h57’, la Lettonia 7h37’, l’Estonia 7h35’). Inoltre, se si guarda alla composizione  interna del lavoro totale, il lavoro familiare presenta n Italia un peso maggiore (74%) che altrove. Al  contrario, gli uomini italiani si collocano al penultimo posto per quantitĂ  di tempo dedicato  mediamente al lavoro totale (6h01’), seguiti solo dagli uomini tedeschi (5h56’).




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silvia ferreri on aprile 19th 2010 in lavoro femminile, madri lavoratrici, riflessioni

Varie a New York

Cose che mi hanno lasciata stupita, sbalordita, esterefatta, basita la scorsa settimana a  New York.

Stupita. All’angolo della strada dove stava il nostro albergo, al Village, c’è un parchetto meraviglioso per i bambini. Il parco tutto chiuso da recinzioni basse (altezza bambino per intenderci) e con un piccolo cancelletto di ferro battuto allingresso è pieno di giochi fissi per i bambini piĂą grandi, e di  giocatoli tipo trenini automobiline e altri oggetti per i bimbi piĂą piccoli. C’è una grande quadrato pieno di sabbia dove i bambini rotolano e costruiscono case e castelli, e un’enorme fontana con un alto getto rotondo sotto la quale  i bambini sguazzano. Si rischia l’effetto cotoletta, ma vi giuro, la gioia che sprizza da quel piccolissimo parco giochi di cittĂ  è ad altissima densitĂ . Il tutto autogestito dalle famiglie del quartiere che si occupano di pulirlo e di comprare i giochi che poi vengono lasciati lì a disposizione di tutti i bambini. Nella notte il tutto giace sotto le stelle della Grande Mela e nessuno tocca niente. Su una bacheca di legno, pubblicitĂ  di corsi yoga e attivitĂ  per bambini, i numeri dei responsabili e identikit con foto di un uomo accusato di aver avvicinato in maniera sospetta dei bambini. Per condividere tutto.

Sbalordita. New York è una grande onda d’amore sulla quale devi imparare  a rimanere in equilibrio. Non l’ho detto io ma una donna incontrata alla New York Public Library dove era fiera e felice di essere volontaria. Da lei ho scoperto, e questo mi ha lasciato sbalordita, che la Public Library di New York da quando è stata fondata raccoglie tutto lo scibile umano di tutto il mondo in tutte le lingue esistenti in almeno due copie. Questo perché per volere dei padri fondatori la cultura è la base della democrazia e proprio per questo ogni testo deve essere accessibile e consultabile da chiunque di qualunque nazionalità e provenienza. Basta entrare e chiedere. E vi sarà dato da leggere e studiare.

Esterefatta. Due mie amiche  di New York, una quasi al nono mese di gravidanza, l’altra con un bambino molto piccolo hanno entrambe deciso di lasciare i loro ottimi e ottimamente pagati impieghi. Entrambe con posizioni molto elevate e competitive e dunque con orari lunghi e poco tempo libero, hanno voluto lasciare il lavoro per dedicarsi completamente ai loro figli nei primi mesi di vita. Alla mia domanda ma pensate che poi riuscirete a rientrare e trovare un nuovo lavoro se non equivalente quantomeno soddisfacente, mi hanno guardata come se  non avessero capito la domanda. Esterefatte anche loro.

Basita. Ho perso l’Iphone per strada e me lo hanno riportato.

E’ andata così, sono in giro con Michelangelo e con la mia amica e il suo bimbo piccolo (vedi sopra) quando mi accorgo di non avere più il telefono, attimo di disperazione, la mia amica chiama il mio numero. Equannomai mi dico tra me e me in un becero italiano, quando sento lei  che tranquillamente conversa con chi aveva trovato il mio iphone. Gli dà il cross dove ci troviamo e dopo dieci minuti un uomo scende da un taxi e me lo porge. In cambio mi chiede una foto insieme a Michelangelo. Sorriso, flash.

Vi giuro che è tutto vero.

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silvia ferreri on aprile 17th 2010 in altrove, bambini, lavoro femminile

Robe dell’altro mondo

Michelangelo si è appena calmato. Canta quando la tartaruga gigante (mica vera di plastica) che cerca di azzannare glielo permette. Ma fino a poco fa non era così.

Andiamo a ritroso.

Si prospetta una settimana difficile difficile.

Insomma per chi non lo sa ancora (visto che in pratica l’ho detto a mezzo mondo) la nostra padrona di casa tra una settimana esatta ci caccia. Sì esatto ci manda via con bambino culla e tutto. Mi serve casa, il contratto è finito, fuori dalle palle. A nulla sono servite le nostre richieste che sono diventate preghiere che sono diventate suppliche di lasciarci qui altri tre mesi. Niente. Trovatevi un altro posto, di storie di gente con bambini in una mangiatoia ce ne sono a  iosa. Direte voi ma perché non vi siete cercati un’altra casa da prima? Ci abbiamo provato. Ma avendo noi un appartamento che sarà disponibile a settembre nessuno dico nessuno in questa città ci affitta una casa per così pochi mesi. Tutti si chiedono perché ne avete bisogno per così poco, chi non se lo chiede ci dice di no a priori perché siamo residenti e nessuno crede alla storia della fine del contatto e dell’attesa della nostra agognata e sospirata casa.  In pratica Bonnie e Clyde occupacase de noartri.

Insomma in questo semi delirio (lunedi prossimo dobbiamo traslocare!) questa si prospetta decisamente una settimana difficile.

E comincia così. Alle sei di questa mattina Michelangelo si sveglia. Mi alzo e gli faccio il latte, il padre glielo dà e lo rimette a nanna. Loro si riaddormentano subito. Io alle sette e mezza.

Alle otto svizzere precise attacca il martello pneumatico che buca la strada sotto la finestra della nostra camera da letto (al primo piano), strada per altro in cui da una settimana non si può parcheggiare per i lavori e che ha reso la ricerca di un posto macchina un incubo al quadrato.

Quando siamo tutti in piedi si capisce che sarà una giornata piena e dura. Oggi Michelangelo ha deciso di diventare un bambino normale e non l’angelo dai capelli rossi che è sempre stato da quando è nato. Ha deciso che non ne vuole sapere di niente e di nessuno se non di stare in braccio a me.

La  fata tata che nel frattempo è arrivata e che cerca di ridare un senso a quella cosa chiamata casa che è il nostro appartamento “in trasloco verso non si sa dove”,  tenta di tenerlo impegnato con dei giochi mentre con una bacchetta magica riordina lo strato del week end. Ma niente oggi è tutto mammamammamamma. Non so se è più penetrante lui o il martello pneumatico che continua a risuonare come un basso perforante fin dentro le ossa. Dunque né io né la fata tata riusciamo a fare niente. A sto punto mi alzo dal computer e decido di portarlo fuori. Almeno lei fa qualcosa e forse io riesco almeno a  telefonare.

Dopo pochi minuti sono seduta a un baretto all’aperto con un cappuccino mezzo versato sul tavolino, il telefono tra il collo e l’orecchio e l’infante arrampicato addosso con una mano sulla mia testa e l’altra nella mia bocca.  Turisti che ridono. Meglio andare. Prima che madre lavoratrice con bambino diventi una delle maggiori attrazioni della città.

Riprendo passeggino e passeggio. Lui si distrae con le bancarelle del mercato di Campo dei Fiori e io riesco a fare quelle due tre telefonate importanti. Parlo anche con Anna di Moms@work che ho incontrato da poco nel “paese reale” dopo averla conosciuta in rete, e ragioniamo di come unire le forze e far incrociare i progetti. Lei di corsa che me la immagino sta dietro a mille cose, con le voci dei suoi bambini in sottofondo, io col fiatone che spingo con una mano e se mi fermo parte l’urlo di Tarzan. Mi viene da ridere. Ma ridere è buon segno mi dico. Non so che cosa esattamente mi abbia fatto tornare il buon umore.  Forse il pensiero che chi si ferma è perduto. Che bisogna continuare a lottare. Che non è bene darsi per vinte e abbandonare il campo da gioco quando le cose sembrano più difficili e i sogni sono in frantumi.

O forse il fatto che mentre  tentavo di rientrare a casa e urlavo come un ossessa al manovratore del martello pneumatico  di posare un secondo l’aggeggio, il tempo di farmi passare con passeggino piegato in spalla e bambino piovra in braccio, passa  Gianni Minoli, uno degli uomini più potenti della televisione italiana,  a cui sarei dovuta andare a chiedere un lavoro, e mi lancia uno sguardo dolce ma un po’ patetico e molto molto eloquente: mestiere difficile fare la mamma…

No un attimo dottore ecco un secondo io sarei un’autrice se avesse un secondo per leggere il mio curriculum e i miei lavori…Ma tutto questo resta nella mia mente. Lui passa, mi sorride, e se ne va. Il martello pneumatico non si ferma e io e il bambolotto attraversiamo il portone di corsa in una nuvola di polvere e frastuono.

Tutto normale, no? Dov’ è la roba dell’altro mondo dite voi?

Qui.

Entro finalmente  nella mia quasi ex casa, appoggio la creatura nel suo box e due cose avvengono nel medesimo istante: lui scoppia a piangere come un cicciobello col bottone pigiato su on e il telefono squilla. Decido chi far smettere prima e mi sembra più facile il telefono. Corro a rispondere.

Non ci crederete:  la sua voce suadente che accompagna l’immagine rassicurante dell’uomo brizzolato, “Salve sono Pierferdinando Casini” Ehhhhhhh? Per un attimo resto stordita ma l’urlo di Tarzan nell’altra stanza mi ripiglia al volo e mi riporta lì al telefono a sentire la voce registrata di Pierferdi che mi chiede il voto in cambio di una più alta considerazione della famiglia.

Poi uno si chiede che c’hai da ridere.

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silvia ferreri on marzo 22nd 2010 in figli, lavoro femminile, madri lavoratrici, vita quotidiana

comunicare con l’inps è facile

Maternità è anche questo.

Sono  a Milano a casa dei miei da una settimana.  Finalmente ho una mattina libera visto che ho spedito nonno (sempre super impegnato) e bambino a fare una passeggiata in  brughiera.

Dovrei lavorare, ho molto da fare e un arretrato da paura. E invece stamattina decido di recitare:  Matrix, la ricerca della verità. Voglio parlare con l’Inps. Per varie ragioni non ho ancora ricevuto il mio assegno di maternità e ho bisogno di informazioni per risolvere questa faccenda.

Vado sul sito dell’Inps: l’home page parla chiaro dice “comunicare con l’Inps è facile”. Sono contenta dico già mi immaginavo un girone dantesco. Qualcuno mi risponderà, e loro certamente sapranno aiutarmi.

Dunque chiamo subito il numero verde indicato nel sito. Sei volte: le prime cinque mi dicono che ci sono troppi utenti in linea, la sesta arrivo praticamente vicina al premio ma quando sta per scattare il paradiso la linea cade. Altre due volte e di nuovo ci sono troppi utenti. Un colpo di fortuna sprecato!

Non demordo. Penso ora chiamo qualche sede piccola di provincia, qualcuno mi risponderĂ , e loro certamente sapranno aiutarmi.

Mi armo. Di pazienza. Ma non credevo ce ne volesse tanta.

Mi ci metto e chiamo tutta una serie di sedi della Lombardia. Qualcuno mi risponderà, e loro certamente sapranno aiutarmi. Per ogni sede ascolto la griglia di proposte e digito il numero corrispondente a “maternità”. Ma poi:

Abbiategrasso: non risponde.

Cinisello Balsamo: non risponde.

Magenta: non risponde.

Codogno (Lodi) la maternità non rientra nemmeno nelle opzioni di scelta numeriche dunque la vocina mi dice attenda per essere messa in contatto con un operatore. Dopo vari minuti la stessa voce mi dice l’interno richiesto è occupato, di seguito l’interno richiesto non ha casella vocale, di seguito l’interno richiesto non esiste. Cade la linea.

Carate Brianza: non risponde

Desio: non risponde

Melegnano: non risponde

Gorgonzola: non risponde

Melzo: non risponde

Milano Baggio: non risponde

Milano Corvetto: non risponde

Milano fiori: sempre occupato

Milano Lorenteggio: non risponde

Milano Missori: sempre occupato

Milano Niguarda: non risponde

Milano Nord: non risponde

Seregno: non risponde

Vimercate:  madonna mia rispondono, sono così emozionata che mi manca il fiato, però non sanno proprio che cosa siano i lavoratori enpals (che non è collaboratrice domestica cerco di spiegargli ma lavoratori dello spettacolo sigh!), mi dice che devo chiamare l’ufficio aziende di Milano nord, mi dà il numero. Ringrazio.

Chiamo lì, c’è un centralino, qualcuno mi risponderĂ , e loro certamente sapranno aiutarmi.

Milano Nord. Il centralino risponde ma  gli interni che mi passa no.  Nessuno dei tre. Tutte e tre  le volte la linea ritorna al gentile centralinista che alla fine dice   signora non rispondono, può provare piĂą tardi. Ma io resto attaccata a quella voce come una cozza nera, gli racconto tutto, mi sfogo, conto le telefonate e poi gli spiego il mio problema per filo e per segno, la mia maternitĂ  persa nell’aere. Lui non batte ciglio, resta lĂ  impassibile, ascolta ogni sillaba come il piĂą pagato degli psicologi. Poi quando io tiro un sospiro con la stessa identica voce di prima dice: signora gliel’ho detto riprovi piĂą tardi, qualcuno risponderĂ  e loro certamente sapranno aiutarla.

Certo.

Ma sono stanca.

E poi è tornato il nonno dalla brughiera.

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silvia ferreri on marzo 5th 2010 in lavoro femminile, maternitĂ , vita quotidiana

scuole e scuole

E’ di qualche giorno fa la notizia di genitori in coda dalle quattro del mattino davanti a una scuola elementare romana per iscrivere i figli. I posti, ridotti a 20 dopo la riforma,  erano tanto ambiti da rendere necessario un criterio di selezione naturale evidentemente più duro e da veri uomini rispetto a una semplice domanda con allegata dichiarazione dei redditi. Metodo peraltro a mio avviso assai poco indicativo in un paese ove vige la costante elusione fiscale e in cui le dichiarazioni dei redditi di certi sono più leggere di quelle dei loro dipendenti.

La scuola a tempo pieno è un diritto che già da qualche tempo (ricordate il governo Berlusconi precedente all’ultimo Prodi) viene messo in dubbio dai politici per così dire meno progressisti.

E la riforma Gelmini ha definitivamente portato a termine un progetto di vita, e non di scuola piĂą volte tentato dalla destra italiana. Ovvero a pomeriggio i bambini restano a casa con le madri, la scuola chiude, e le donne sono costrette a lasciare il lavoro. Come vedete ci si guadagna da entrambe le parti: la socialitĂ  risparmia e il livello di disoccupazione si abbassa. Non fa una piega.

Qualche giorno fa mi sono trovata a una festa di figli di amici (di amici veri, non come dice la Denise di quelli che sei obbligata a frequentare per soddisfare il figliolo tiranno anche perché il mio ha dieci mesi e gli amici glieli scelgo ancora io J) insomma dicevo ero a una festa di compleanno del figlio di amici, mi sono seduta a far mangiare il mio pulcino e ho ascoltato un po’ di voci parole discorsi che salivano in qualche modo da quel baccano che sono trenta bambini che giocano corrono mangiano gridano ridono. E la maggioranza di questi genitori parlava guarda un po’ di scuola. E la maggioranza di questi genitori aveva guarda un po’ scelto scuole straniere.

Sono rimasta scioccata. Ho imparato più in un pomeriggio, che se avessi fato un seminario intensivo sulle scuole straniere a Roma. L’americana: la più costosa, prezzi altissimi, ma orario pieno e attività che vanno dalla ceramica alla narrazione (oltre le “solite” arti e tutti gli sport possibili sulla terra), l’inglese, costosissima anche lei, con quel tocco di classe in più che ancora un accento british può avere sui cugini americani, la svizzera quattro lingue in programma, la francese la dura e ambita Chateaubriand.

Ussantapace mi girava la testa.

Finchè una madre dice io la mando all’italiana, la carta igienica gliela metto in cartella insieme al cellulare perchĂ© il telefono della scuola è rotto e se succede un’ emergenza è bene che ogni bambino abbia con sĂ© un portatile. Che non si sa mai.

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silvia ferreri on febbraio 3rd 2010 in figli, lavoro femminile, scuola

i giocattoli delle bambine

Certamente anche a voi come a me da bambina avranno posto un giorno la domanda fatidica. Che cosa vuoi fare da grande?

La maestra è credo la risposta più gettonata tra le femminucce. Merito certo del tempo passato in classe. Ma se casomai la maestra fosse antipatica o fosse un uomo (a me disgraziata tutte e due le cose insieme) la risposta potrebbe variare tra ballerina, infermiera (noi soprattutto dell’epoca di Candy) pianista, qualcuna calciatrice. Insomma le cose più varie.

Sogni di bambine certo, e più grandi può darsi ci si avvicina già all’idea di qualche professione un po’ più fattibile, magari ispirate da  qualche telefilm, allora vogliamo diventare detective, avvocati, magistrati, poliziotte, carabinieri, medici legali. Chissà quante di noi sono riuscite a sovrapporre la fantasia e la realtà, quante sono riuscite a realizzare il sogno di bambina, a portarlo a una vita reale a farlo diventare il loro lavoro. Qualcuna magari non fa esattamente quello che aveva sognato, qualcuna probabilmente ha cambiato idea in corso d’opera, ha aggiustato il tiro o ha scoperto che quel sogno non faceva poi tanto tanto per lei.

Però insomma da bambine ci avevamo creduto, bello o brutto che fosse. E i nostri genitori, chi ci amava, ci avevano stimolato, incoraggiato, regalandoci ecco la prima rumorosa batteria da rock star, o le scarpette da danza, o l’allegro chirurgo per esercitare la mano senza far accendere il naso rosso all’omino tutto bucherellato.  Ma mi sono chiesta, per soddisfare quale richiesta, per realizzare quale sogno per somigliare a quale eroina, ho trovato in bella vista in un grande negozio di giocattoli un enorme e appariscente mocio vileda? In miniatura certo, con un secchio piccolo, ma per il resto esattamente uguale identico al mocio vileda che noi tutte conosciamo per pulire i pavimenti. Puccia strizza lava. Il tutto supportato da un elegante carrello da trasposto, provvisto anche di scopa e paletta. Per non farci mancare proprio niente.

Mio Dio. Mio Dio. E così che si comincia? Così si forma l’imprinting? Perché se è così bisogna proteggersi e attuare subito, fin da piccole una strategia di difesa, richiedere le pari opportunità per le bambine, abbattere immediatamente i tetti di cristallo degli asili.

A meno che, a meno che certo se chiedete alla vostra bambina tesoro che cosa ti piacerebbe fare da grande, questa non risponda senza esitare: mammina, io  mi voglio spiccià casa mia.

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silvia ferreri on gennaio 23rd 2010 in bambine, figli, lavoro femminile, pari opportunitĂ 

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