Archive for gennaio, 2010

sulla maternitĂ  (risposta a denise su essere madri significa tra l’altro)

Cara Denise, mi chiedi di leggere il tuo scritto sulla maternità io lo faccio e ti dico la mia. Lo faccio qui perché a questo punto sebbene leggermente fuori tema rispetto al mio argomento credo che possa essere un soggetto di discussione. Ti ringrazio per aver posto la questione. Tu dici che scrivi cose impopolari, ma non è questo che m’interessa, piuttosto il dirti perché non sono d’accordo con te.

Non faccio parte della categoria di donne che la maternità è tutto bello rose e fiori, che io la panciona l’ho odiata da subito e mi sentivo la donna più brutta del mondo.  Sono ingrassata, i capelli mi si sono ammosciati, gli ormoni mi hanno portato fame e pianto alternati e pure insieme, e ho anche smesso di fumare, che ogni tanto pensavo quasi quasi un tiro me lo faccio ma poi resistevo.

Ancora oggi che il mio eroe ha dieci mesi, mi vedo sovrappeso, mi sfascio in piscina avanti e indietro per perdere altri dieci chili e la pancia è tuttora ripiegata su quel taglio (ma non doveva essere un taglietto?) che non viene proprio più su. E la gente che mi dice (di solito le commesse quando mi aggiro mesta per i negozi) sì però signora vuole mettere in cambio ha avuto questa meraviglia. Dico sì ascolti mio marito la meraviglia ce l’ha uguale.

No io devo dire che se potessi la fase pancione ma che bella pancia che tutti ma cacchio proprio tutti pure gli estranei in ascensore te la devono toccare perchĂ© porta bene ( ma scusate ma voi toccate gli estranei normalmente? no perchĂ© a me sta cosa mi mandava ai matti!) comunque io dicevo la fase pancione la salterei a piè pari. Direi che se potessi averne un altro bell’è fatto forse penserei al secondo. Ma un’ altra panza no, un’altra panza no. Che non ti vedi piĂą i piedi e non riesci a metterti gli stivali (che tra la montagna e i piedi gonfi), quella lentezza quando esci dal corso in piscina per gestanti, la fatica che fai a rivestirti che in pratica il vero sport è quello, e non l’ora di nuoto che hai fatto prima.

Per cui passiamo avanti,  fino alla nascita io rose e fiori non ne ho visti e se mulini bianchi ci sono stati devo essermici seduta sopra con i miei settantacinque chili e forse sono finiti sgretolati.

Non so se considerarmi una donna di mezza cultura (mia madre ha pagato perché ne avessi una intera ma non è detto che i suoi sforzi siano riusciti) e non è vero che non desideravo ALTRO che essere madre, (nel senso che nella vita desidero molte cose, tra cui continuare ad amare l’uomo che amo e il mio lavoro) ma non ci crederai quando parlo di mio figlio gli occhi prendono quella strana forma a cuoricino che dici tu, ballonzolano da una parte all’altra del cranio, e comincio a balbettare qualcosa a proposito dei pochi neuroni che mi sono rimasti dopo quell’evento straordinario che ha travolto la mia vita.

Per cui tenterò di rispondere brevemente ai punti che poni su “essere madre significa anche”…

Dover coltivare relazioni che non si sono scelte. Non lo so il bambino è molto piccolo dunque per ora decido io. In futuro chi lo sa, ma conoscendo me e Giancarlo sarà difficile, molto difficile che frequenteremo persone che non ci piacciono. Semmai allarghiamo la cerchia delle persone che ci piacciono.

Sono tutti pronti a dire la propria. Yeahh viviamo lontani da entrambe le famiglie e le vediamo abbastanza perché vedano crescere felici l’adorato nipotino, ma non abbastanza perché abbiano il tempo per dire ma hai messo al bambino una tutina nera, ma dai ma non si veste il bambino di nero. Di solito quando arriviamo a questo punto noi siamo già sul treno con le manine in aria a salutar.

Rinunciare a viaggiare in appagante solitudine. Ho rinunciato a viaggiare in appagante solitudine dopo l’ultimo viaggio in Brasile (in solitudine appunto) poi ho conosciuto mio marito e ho capito che in solitudine non mi sarebbe più andato di fare niente, perché che gusto c’era senza di lui? In India da sola dunque non mi viene proprio in mente, con i miei ometti appena lui sarà abbastanza grande da reggersi da solo su un elefante perché no?

Doversi appoggiare agli altri e chiedere costantemente aiuto. Aiuto non ne chiedo a nessuno, ho una tata meravigliosa fino alle due, che mi costa poco più di un asilo. Di pomeriggio ci organizziamo tra noi. Per il resto non sento di dover rendere pubbliche le mie opinioni né i miei stili di vita, che peraltro non  ho cambiato di una virgola da quando abbiamo avuto il bambino. Usciamo, andiamo a cena, facciamo cene a casa almeno una volta a settimana, viaggiamo molto. Il bambino è felice, noi siamo felici. Perché qualcuno dovrebbe dirmi come vivere?

Dover escludere progetti di vita considerati destabilizzanti per il piccolo. Ciò che escludo decisamente non sono progetti che altri considerano destabilizzanti ma ipotesi di allontanamento per lunghi periodi che mi porterebbero a soffrire talmente tanto la mancanza della mia famiglia da rendere inutile qualsiasi altra cosa.

E sulla depressione, lo so sono fortunata, non perché non ci sia passata ma perché mio figlio è sempre stato un bambino molto tranquillo che non ha mai pianto drammaticamente se non per piccole necessità che una volta soddisfatte lo facevano tornare allegro. Saper parlare della depressione dipende anche da noi.

Dover riprendere la forma è pesante e seccante, vero. Io avevo la taglia 40, in gravidanza ho preso diciassette chili, ma il meglio l’ho dato in allattamento, che il bambolotto mangiava come un ossesso e io sono passata da Kate Moss a Pamela Anderson tutto in una notte. Per i nove mesi dopo la nascita io invece di dimagrire continuavo a mettere peso. Certo quando produci un litro e mezzo di latte al giorno. Cicciona e sfatta. Felice? Col cavolo. Però pensavo quanto durerà? Pochi mesi, poi smetterò e tornerò come prima. Certo quando la signora di turno (perché è capitato anche a me) mi ha fatto le congratulazioni l’ho incenerita e ho ringhiato ho già fatto signora, è già nato. Ma non ho mai pensato che allattare fosse un limite alla mia libertà di movimento. Anzi dove andavo io veniva lui e con quale ostentatezza sventolavo la mia (per una volta nella vita) tettona per nutrire l’esserino.

Ai tutti quelli che volevano vedere il bambino ho dato degli orari e dopo la prima volta che me lo hanno strappato di mano (perché succede) ho escogitato (su consiglio della mia super pediatra) sistemi di difesa da leonessa che vi giuro nessuno ci si è più provato.

E credo anch’io che durante i primi mesi possa verificarsi qualche limite intellettuale, con le mie amiche qualche volta facciamo la conta dei neuroni. Ma anche quelli torneranno. A detta delle mie mamme di riferimento, torneranno. E in fondo basta vedere quante donne meravigliose sono diventate madri e  hanno comunque prodotto il fior fiore della cultura femminile.

Dunque come vedi, cara Denise, non sono d’accordo con te, ma soprattutto non sono d’accordo quando dici che da madri si è costrette a vivere nel conformismo e nella  medietà più volgari. Questo non dipende e non dipenderà mai dalla nascita di un bambino, è tutto frutto della nostra personalità e della nostra formazione.

Non c’è un giorno della mia vita che io abbia regalato al conformismo e alla medietĂ . Quando ho sentito che poteva accadere ho tagliato corde e cordoni di cose e persone e ho spinto via zavorre. E mio figlio non è solo il destinatario di tutta la mia energia ma anche la pura fonte, come una centrale che si autoalimenta ad amore per produrne altrettanto. E’ impossibile descrivere a parole il movimento che fa il mio cuore quando vedo il suo sorriso la mattina.

Altro è non desiderare figli. Se così è bisogna avere il coraggio di accettarlo, senza provarci, perché non è che dopo si può tornare indietro, perché allora sì che si finisce ad essere infelici e a sopportare dei bambini non voluti che con la nostra pena c’entrano davvero poco. E anche questo mi sembra un argomento da considerare.

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silvia ferreri on gennaio 27th 2010 in figli, gravidanza, maternitĂ , riflessioni

i giocattoli delle bambine

Certamente anche a voi come a me da bambina avranno posto un giorno la domanda fatidica. Che cosa vuoi fare da grande?

La maestra è credo la risposta più gettonata tra le femminucce. Merito certo del tempo passato in classe. Ma se casomai la maestra fosse antipatica o fosse un uomo (a me disgraziata tutte e due le cose insieme) la risposta potrebbe variare tra ballerina, infermiera (noi soprattutto dell’epoca di Candy) pianista, qualcuna calciatrice. Insomma le cose più varie.

Sogni di bambine certo, e più grandi può darsi ci si avvicina già all’idea di qualche professione un po’ più fattibile, magari ispirate da  qualche telefilm, allora vogliamo diventare detective, avvocati, magistrati, poliziotte, carabinieri, medici legali. Chissà quante di noi sono riuscite a sovrapporre la fantasia e la realtà, quante sono riuscite a realizzare il sogno di bambina, a portarlo a una vita reale a farlo diventare il loro lavoro. Qualcuna magari non fa esattamente quello che aveva sognato, qualcuna probabilmente ha cambiato idea in corso d’opera, ha aggiustato il tiro o ha scoperto che quel sogno non faceva poi tanto tanto per lei.

Però insomma da bambine ci avevamo creduto, bello o brutto che fosse. E i nostri genitori, chi ci amava, ci avevano stimolato, incoraggiato, regalandoci ecco la prima rumorosa batteria da rock star, o le scarpette da danza, o l’allegro chirurgo per esercitare la mano senza far accendere il naso rosso all’omino tutto bucherellato.  Ma mi sono chiesta, per soddisfare quale richiesta, per realizzare quale sogno per somigliare a quale eroina, ho trovato in bella vista in un grande negozio di giocattoli un enorme e appariscente mocio vileda? In miniatura certo, con un secchio piccolo, ma per il resto esattamente uguale identico al mocio vileda che noi tutte conosciamo per pulire i pavimenti. Puccia strizza lava. Il tutto supportato da un elegante carrello da trasposto, provvisto anche di scopa e paletta. Per non farci mancare proprio niente.

Mio Dio. Mio Dio. E così che si comincia? Così si forma l’imprinting? Perché se è così bisogna proteggersi e attuare subito, fin da piccole una strategia di difesa, richiedere le pari opportunità per le bambine, abbattere immediatamente i tetti di cristallo degli asili.

A meno che, a meno che certo se chiedete alla vostra bambina tesoro che cosa ti piacerebbe fare da grande, questa non risponda senza esitare: mammina, io  mi voglio spiccià casa mia.

vileda-per-web

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silvia ferreri on gennaio 23rd 2010 in bambine, figli, lavoro femminile, pari opportunitĂ 

guerrilla girls

Carissimo Direttore

Siamo venute a sapere che la sua collezione (come molte altre) non contiene abbastanza lavori di artiste donne.

Sappiamo bene come deve sentirsi a disagio a questo proposito e siamo qui per porre rimedio senza indugio a questa situzione.

Tutto il nostro amore

Guerrilla Girls

guerrilla-girls

I vantaggi di essere un’artista donna

Lavorare senza lo stress dell’avere successo a tutti i costi

Non dovere partecipare a mostre insieme agli uomini

Avere una fuga dal lavoro nell’arte con quattro lavori free lance

Sapere che la tua carriera potrebbe decollare a ottant’anni

Sentirsi rassicurata dal fatto che qualunque cosa farai sarĂ  etichettata come arte femminile!

Non sentirti incastrata in un posto da insegnate di ruolo

Vedere le tue idee vivere nei lavori degli altri

Avere l’opportunità di scegliere tra carriera e maternità

Non dover masticare grandi sigari né dipingere in abiti eleganti

Avere piĂą tempo per lavorare quando il tuo ragazzo ti molla per una piĂą giovane

Essere inclusa nelle nuove edizioni dei libri di storia dell’arte

Non dover sopportare l’imbarazzo di essere chiamata genio

Poter far pubblicare in un magazine di arte una tua foto con addosso un vestito da gorilla

Gorillagirls.com

P.S. Nel cinema: Mai un premio Oscar come miglior regia a una donna. Il 92 % dei premi di scrittura è andato a uomini.

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silvia ferreri on gennaio 19th 2010 in arte, lavoro femminile

gravidanza a parigi

Sono arrivata a Parigi ieri. Questa mattina, la prima cosa che ho fatto è stato vestire Michelangelo e uscire per andare a trovare Madame Carricaburu.

Madame Carricaburu è una puericultrice, la mia puericultrice. Durante tutta la mia gravidanza che è trascorsa a Parigi è stata colei che si è presa cura di me e del mio nuovo stato.

Il numero me lo avevano dato in Comune, insieme a una serie di altri servizi per donne e bambini di cui la Mairie si occupa. Lì funziona così, sono incinta, vado in Comune ed esco dall’ufficio informazioni con un pacchetto di depliant stile MoaCasa.

Avevo lasciato un messaggio sulla segreteria e appena due ore dopo mi aveva richiamato. Bonjour, bonjour, je suis madame Carricaburu (cacchio esiste davvero) una voce seria ma dolce dolce dall’altra parte (emozione). Mi dica di cosa ha bisogno, sono incinta, è la prima gravidanza e come sente sono straniera dunque non solo non so un accidenti di gravidanze ma non so nemmeno un accidenti sul sevizio sanitario francese. Bene vengo da lei nel pomeriggio, mi dice.

Pausa.

Mais je ne suis pas malade, non sono malata dico io. La gravidanza va bene, posso uscire. Lei allora aveva riso. E’ un suo diritto, non deve essere malata per usufruirne. A che ora preferisce che passi?

Alla fine non avevo accettato. Avevo deciso di andare io al suo ufficio. Farle perdere anche il tempo per una visita domiciliare mi sembrava troppo. Ero già abbastanza stupita/grata (nell’ordine) che il numero fosse attivo e funzionante, che dall’altra parte ci fosse una persona e non un’ impiegata/segreteria telefonica, che mi avesse richiamata nel giro di pochissimo tempo.

Il suo ufficio si trova a Boulevard Raspail a cento metri da casa mia in Rue St Placide. E’ bella Madame Carricaburu come una damina dell’ottocento, minuta e con un visino un po’ a punta. La sua voce rispecchia la prima impressiona telefonica, serietà e dolcezza. E mi spiega tutto, tutto, tutto quello che c’è da sapere quando sei incinta e nessuno te lo ha spiegato prima. Diciamo dal passo successivo ai fiori e le api. Mi chiede se ho un ospedale, le dico di sì, che sono stata presa in carico da un grande ospedale della zona, molto buono dice lei, ma io non mi ci trovo affatto bene perché è una grande struttura dove il personale è sbrigativo per via della grande affluenza e io non mi sento del tutto a mio agio sia per via della lingua che dell’inesperienza a livello gravidico diciamo.

E’ subito pratica Madame Carricaburu, pensa, cerca numeri, fa un paio di telefonate e infine mi dice che c’è un altro ospedale, piccolo e accogliente, una struttura antica nelle mura ma modernissima nella medicina. Proviamo lì, mi dice decisa. Chiama, spiega la tua situazione, dì che hai parlato con me, intanto chiamo anch’io per preavvisarli. Dopo pochi giorni vengo presa in carico dal nuovo ospedale che seguirà tutta la mia gravidanza: Notre Dame de bon Secours. Chiamo felice la mia Carricaburu per dirglielo.

Inizia la mia gravidanza parigina.

Vado da lei piuttosto di frequente, anche senza necessitĂ  vera, anche senza niente da chiederle. Ci vado perchĂ© mi fa stare bene, perchĂ© mi mette tranquillitĂ , mi fa sentire che ogni cosa è sotto controllo. Parliamo di tutto io la mia Carricaburu, le racconto la mia preoccupazione, le mie ansie. Le dico ho paura che quando sarĂ  il momento il mio francese mi tradira’: non ti preoccupare, tutto quello che ti serve lo suggerirĂ  l’istinto e  tutt’al più  souffle, pousse e respire andranno benissimo.

E’ paziente Madame Carricaburu, ascolta il mio francese zoppicante ed emozionato. Per tutto ha una risposta per ogni cosa un consiglio. Controlla la lista dalla maternità: depenna il trenta per cento delle cose richieste in ospedale, mi dice quello che realmente serve, dove comprarlo, dove si spende meno, le taglie delle tutine, lascia perdere la taille naissance potresti non usarla mai, passa direttamente al primo mese. Parliamo dell’allattamento, la mia paura di non farcela, il sentirmi anche in quello inadeguata. Mi dà consigli e soprattutto ascolta, ma poi torna alla sua praticità, tira fuori il campioncino di una crema e mi dice se usi questa dal primo all’ultimo giorno ce la farai senza problemi.

Mi fermo a osservarla sulla porta, prima di andare via, con la donna successiva, una signora di colore, pancione grande davanti e bimbo piccolo dallo sguardo basso per mano.

Si occupa del piccolo per prima cosa, lo fa sedere su una sediolina blu e viola e gli porge grandi fogli con colori a volontĂ . Poi accoglie la mamma che finalmente tira un sospiro e allora mi chiudo la porta alle spalle.

E’ una piccola grande donna Madame Carricaburu, che uno stato attento e civile ha incaricato per suo tramite di dare accoglienza e aiuto alle donne in uno dei periodi più difficili ed emotivamente faticosi della loro vita.

Diciamo che è almeno una delle ragioni per cui in Francia si fanno più figli che in Italia, la mia Carricaburu.

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silvia ferreri on gennaio 15th 2010 in figli, francia, gravidanza

castelli di rabbia

Non so come si chiami lei, devono averlo detto quando l’hanno presentata in trasmissione ma non ci ho fatto caso. E’ siciliana, ha trentasette anni ed è precaria da sempre nella scuola, sposata con un precario, con due figli che certo di stabilità devono sentirne ben poca. La sua famiglia vive grazie all’aiuto dei suoi suoceri.

Seguo il tutto in modo vago, con la testa nel computer e un orecchio sempre teso alla camera in direzione culla. Una frase, però, mi colpisce tanto da farmi alzare gli occhi e fermarmi lì, “Io un futuro non ce l’ho più”. La capisco questa frase, ma la capisco ora. Significa che a trentasette anni, quando credi che le cose non si aggiusteranno mai, quando non ci speri più, la forza te la dà solo la speranza che qualcosa possa cambiare per i tuoi figli. Dunque si fa ancora più amaro il sottotesto perché è “Io un futuro non ce l’ho più, però lotto perché ce l’abbiano loro”

A trentasette anni è morire dentro. E’ un livello di disperazione assoluto.

A gamba tesa in quest’afflizione, interviene con tono aspro, (in difesa di chissà quale principio secondo il quale non è dignitoso parlare dei problemi del quotidiano vivere e sopravvivere) un parlamentare della Repubblica, un uomo che noi paghiamo lautamente e profumatamente per risolvere in primis problemi come questo.

Bene, questo signore, un galantuomo certo, strilla alla poverina che è il caso che smetta di lamentarsi, che nella vita a lamentarsi sempre non si ottiene niente, che lui è arrivato grazie alla sua volontà e che era uso alzarsi e uscire nella nebbia padana per raggiungere i suoi clienti alle cinque del mattino. Quali clienti raggiungesse a quell’ora non è dato saperlo, ma intanto beato lui che clienti (di qualunque tipo)e lavoro ne aveva.

Lei gli risponde che il lavoro lei lo vorrebbe ma purtroppo una riforma recente glielo ha levato e che in Sicilia non trova lavoro nemmeno come shampista. E che comunque la scuola si è immiserita se certe classi ormai sono diventate quasi dei pollai con trenta bambini e più.

Allora lui, tronfio del gran coraggio che ci vuole a mordere una donna fuori dal suo ambiente, non vede l’ora di rubarle la scena e divertendosi e credendo di divertire dice che ai suoi tempi le classi erano di quaranta allievi e che se è andato bene per loro (sessant’anni fa) andrà bene anche per i nostri figli.

E infine, non contento, davanti all’incredulità della donna, il nostro parlamentare sfodera il meglio del suo repertorio artistico cabarettistico: “Guardi che sono un precario anch’io, non c’ho il posto fisso”. E giù risate. (Sue).

Ecco.

Se un limite ancora si poteva varcare si è varcato e  nel modo più volgare e rozzo possibile, prendendosi gioco di una donna, una madre, una lavoratrice, un’insegnante che per questo paese (già solo per queste ragioni) ha fatto molto, molto molto  di più di quanto lei signor Castelli abbia fatto in tutta la sua vita politica e non.

Si vergogni, si vergogni e chieda scusa, alla signora, alle donne, alle madri, alle insegnanti, alle precarie. E se non ha il coraggio di scusarsi allora si dimetta e ritorni ai suoi traffici sbiaditi dalle nebbie lombarde, ai suoi clienti della bassa padana, e lasci a questo paese e alle sue donne almeno la dignitĂ .

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silvia ferreri on gennaio 8th 2010 in lavoro femminile, media

bilanciamenti

Sono giorni di bilanci questi. Credo capiti a tutti noi durante i primi giorni dell’anno, di riflettere, di sedersi a scrivere, di riordinare i pensieri sull’anno precedente: di fare i conti insomma di entrate e uscite. Una specie di partita doppia delle emozioni. Per me l’anno appena finito è stato un anno pazzesco: pieno, denso, duro e meraviglioso tutto insieme.

E’ l’anno in cui sono tornata da Parigi, l’anno in cui ho partorito mio figlio, l’anno in cui il mio agente italiano (quello che mi aveva cercata, voluta, pregata, corteggiata) mi ha candidamente scaricata come un baule vecchio.  Ovviamente le ultime due cose sono avvenute esattamente in quest’ordine: bambino-scaricamento.

E così anch’io senza colpo ferire mi sono ritrovata catapultata in quella disgraziata casistica delle donne discriminate dopo un figlio.  Come dire,  fino a oggi ne avevi parlato perché te lo avevano raccontato, ora sai che vuol dire. Certo non è come perdere il lavoro ma è ugualmente brutto, ve lo posso assicurare.

Perché in un secondo sei out. Tu che eri sempre stata in, che eri ancora tra le giovani, che eri ancora utile, che eri ancora bella, che eri ancora divertente, audace, spiritosa, lanciata verso il futuro, a un tratto sei: finita. Di te si parla al passato.

Non sei più bella, né giovane, né magra. Sei l’opposto di tutto. E non importa quando ti dicono che tornerai come prima che tutto si aggiusta che è solo un breve momento della vita. In quel preciso momento crederci non è dovuto. In futuro sì lo sarà, ma in quel momento no, e non c’è niente da fare.

L’esserino che ti spunta accanto da sotto le lenzuola, che è  e sarà da lì in poi la faccenda più importante della tua vita tampona a cerotto il sangue che ti cola. E’ l’unico gancio con la vita. E’ la vita stessa.

Al mio ex agente oggi vorrei dire “grazie”. Un caro, sincero e schietto “grazie”. Per essere stato indiscutibilmente tra le persone più stronze che la vita mi abbia dato di conoscere.

E perché, come dice mia madre, ogni donna ha bisogno di incontrare uno stronzo così nella sua vita. Senza non si rinasce. Si pattina. Quando invece ne incontri uno tale, di tale peso in tutti i sensi, ti ricordi di come si fa, di quanto ci vuole, della fatica che ci metti: a inciampare, cadere, romperti i denti, tirarti su e rialzare lo sguardo.

A lui, a quelli come lui e alla loro infinita tristezza dedico la fine dell’anno appena passato, che ai tempi di mia nonna era un fantoccio vestito di stracci che si bruciava nel mezzo della corte.

Il bilancio per me tutto sommato è molto positivo. Per loro chissà.

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silvia ferreri on gennaio 6th 2010 in discriminazioni, riflessioni, vita quotidiana

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