Archive for marzo, 2010

Il paese reale

Senza commento riporto semplicemente, l’editoriale di ieri  del direttore Concita De Gregorio e  di seguito un titolo di oggi del Resto del Carlino. La riflessione la lascio a voi, “paese reale”.

Pane e acqua

di Concita De Gregorio

Qualche volta mi è capitato di dimenticare le rette scolastiche. La mensa, soprattutto. Quando i figli sono tutti piccoli, bollettini diversi scadenze diverse: le portano a casa negli zaini dicono mamma tieni, uno appoggia distratto il pezzo di carta sulla mensola, poi magari non si trova più, si perde in mezzo ad altre carte. Si paga in ritardo, con la penale, senza decreti ovviamente, e finisce lì. La prossima volta si sta più attenti. Non si pensa mai – e questo dipende dal fatto, credo, che siamo cresciuti, la mia generazione è cresciuta in un Paese dove la scuola pubblica specie quella elementare era fantastica, la cura dei bambini un bene superiore condiviso – che le colpe dei padri possano ricadere sui figli. C’entrano anche certi insegnamenti primari, certo, tipo questo. Perciò non succede niente, se un padre dimentica di pagare una retta di certo la scuola farà in modo che il bambino non sia neppure sfiorato da un pensiero che non saprebbe concepire. Se – più grave, più triste – i genitori non possono, invece, pagarla, la scuola – il comune, l’ente pubblico, lo Stato – si fa carico della debolezza dei grandi e protegge i piccoli. È ovvio che quando i bambini si siedono a tavola, a mensa, devono avere nei piatti tutti la stessa pasta al sugo. Non c’è nemmeno bisogno di spiegare perché. Perciò ci saranno cose più gravi ma mi dispiace, non riesco a pensare ad altro che a quei nove bambini che lunedì si sono seduti ai piccoli tavoli spostando le piccole sedie, hanno aspettato che arrivasse come ogni giorno la signora con carrello e hanno visto la pasta nei piatti degli altri, il pane nel loro. Scuola elementare di Montecchio Maggiore, provincia di Vicenza. Il comune (Lega, Pdl) aveva avvisato: questa la spiegazione. Sette bimbi stranieri, due italiani: pane e acqua. Riuscite a immaginarvi di avere sei anni, sedervi a tavola coi compagni, vedervi porgere un pezzo di pane, la pasta nei piatti degli altri e i loro sguardi su di voi? Sentire il compagno che chiede «perché tu mangi il pane», e non sapere cosa rispondere? Provate ad andare a ritroso negli anni, a mettervi in quelle scarpe e quei grembiuli: che cosa fareste? Piangereste, restereste in silenzio, mangereste il panino, dareste una spinta al compagno rovesciando il piatto? Ma che paese siamo diventati? Ma cosa ci è successo? Ma come è possibile che abbiamo smarrito persino l’istinto a tutelare l’innocenza, la cura dello sguardo di un bimbo, il suo valore? Cosa ci stiamo a fare, di cosa parliamo se non sappiamo sentire e insegnare questo? Da dove possiamo ripartire se non da qui?

Il resto, tutto il resto, ne consegue. Mille posti in meno alla Fiat, altre mille famiglie che presto non potranno pagare le rette. Andate a cercare la notizia nei giornali, nei tg. Cercate bene, poi fateci sapere. A qualcuno interessa se da domani ci saranno mille posti di lavoro in meno? Non tocca mai a noi, non è vero? Sono storie di poveri, una minoranza. E se nostro figlio è compagno di banco e di classe dei nove a pane e acqua alla fine sarà meglio cambiargli scuola, che magari poi fa domande a cui non sappiamo rispondere. È così imbarazzante sentire i bambini che domandano perché. Diamogli la play station, così stanno zitti.

QN_24 marzo 2010

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silvia ferreri on marzo 24th 2010 in discriminazioni, figli, media, riflessioni

Robe dell’altro mondo

Michelangelo si è appena calmato. Canta quando la tartaruga gigante (mica vera di plastica) che cerca di azzannare glielo permette. Ma fino a poco fa non era così.

Andiamo a ritroso.

Si prospetta una settimana difficile difficile.

Insomma per chi non lo sa ancora (visto che in pratica l’ho detto a mezzo mondo) la nostra padrona di casa tra una settimana esatta ci caccia. Sì esatto ci manda via con bambino culla e tutto. Mi serve casa, il contratto è finito, fuori dalle palle. A nulla sono servite le nostre richieste che sono diventate preghiere che sono diventate suppliche di lasciarci qui altri tre mesi. Niente. Trovatevi un altro posto, di storie di gente con bambini in una mangiatoia ce ne sono a  iosa. Direte voi ma perché non vi siete cercati un’altra casa da prima? Ci abbiamo provato. Ma avendo noi un appartamento che sarà disponibile a settembre nessuno dico nessuno in questa città ci affitta una casa per così pochi mesi. Tutti si chiedono perché ne avete bisogno per così poco, chi non se lo chiede ci dice di no a priori perché siamo residenti e nessuno crede alla storia della fine del contatto e dell’attesa della nostra agognata e sospirata casa.  In pratica Bonnie e Clyde occupacase de noartri.

Insomma in questo semi delirio (lunedi prossimo dobbiamo traslocare!) questa si prospetta decisamente una settimana difficile.

E comincia così. Alle sei di questa mattina Michelangelo si sveglia. Mi alzo e gli faccio il latte, il padre glielo dà e lo rimette a nanna. Loro si riaddormentano subito. Io alle sette e mezza.

Alle otto svizzere precise attacca il martello pneumatico che buca la strada sotto la finestra della nostra camera da letto (al primo piano), strada per altro in cui da una settimana non si può parcheggiare per i lavori e che ha reso la ricerca di un posto macchina un incubo al quadrato.

Quando siamo tutti in piedi si capisce che sarà una giornata piena e dura. Oggi Michelangelo ha deciso di diventare un bambino normale e non l’angelo dai capelli rossi che è sempre stato da quando è nato. Ha deciso che non ne vuole sapere di niente e di nessuno se non di stare in braccio a me.

La  fata tata che nel frattempo è arrivata e che cerca di ridare un senso a quella cosa chiamata casa che è il nostro appartamento “in trasloco verso non si sa doveâ€,  tenta di tenerlo impegnato con dei giochi mentre con una bacchetta magica riordina lo strato del week end. Ma niente oggi è tutto mammamammamamma. Non so se è più penetrante lui o il martello pneumatico che continua a risuonare come un basso perforante fin dentro le ossa. Dunque né io né la fata tata riusciamo a fare niente. A sto punto mi alzo dal computer e decido di portarlo fuori. Almeno lei fa qualcosa e forse io riesco almeno a  telefonare.

Dopo pochi minuti sono seduta a un baretto all’aperto con un cappuccino mezzo versato sul tavolino, il telefono tra il collo e l’orecchio e l’infante arrampicato addosso con una mano sulla mia testa e l’altra nella mia bocca.  Turisti che ridono. Meglio andare. Prima che madre lavoratrice con bambino diventi una delle maggiori attrazioni della città.

Riprendo passeggino e passeggio. Lui si distrae con le bancarelle del mercato di Campo dei Fiori e io riesco a fare quelle due tre telefonate importanti. Parlo anche con Anna di Moms@work che ho incontrato da poco nel “paese reale†dopo averla conosciuta in rete, e ragioniamo di come unire le forze e far incrociare i progetti. Lei di corsa che me la immagino sta dietro a mille cose, con le voci dei suoi bambini in sottofondo, io col fiatone che spingo con una mano e se mi fermo parte l’urlo di Tarzan. Mi viene da ridere. Ma ridere è buon segno mi dico. Non so che cosa esattamente mi abbia fatto tornare il buon umore.  Forse il pensiero che chi si ferma è perduto. Che bisogna continuare a lottare. Che non è bene darsi per vinte e abbandonare il campo da gioco quando le cose sembrano più difficili e i sogni sono in frantumi.

O forse il fatto che mentre  tentavo di rientrare a casa e urlavo come un ossessa al manovratore del martello pneumatico  di posare un secondo l’aggeggio, il tempo di farmi passare con passeggino piegato in spalla e bambino piovra in braccio, passa  Gianni Minoli, uno degli uomini più potenti della televisione italiana,  a cui sarei dovuta andare a chiedere un lavoro, e mi lancia uno sguardo dolce ma un po’ patetico e molto molto eloquente: mestiere difficile fare la mamma…

No un attimo dottore ecco un secondo io sarei un’autrice se avesse un secondo per leggere il mio curriculum e i miei lavori…Ma tutto questo resta nella mia mente. Lui passa, mi sorride, e se ne va. Il martello pneumatico non si ferma e io e il bambolotto attraversiamo il portone di corsa in una nuvola di polvere e frastuono.

Tutto normale, no? Dov’ è la roba dell’altro mondo dite voi?

Qui.

Entro finalmente  nella mia quasi ex casa, appoggio la creatura nel suo box e due cose avvengono nel medesimo istante: lui scoppia a piangere come un cicciobello col bottone pigiato su on e il telefono squilla. Decido chi far smettere prima e mi sembra più facile il telefono. Corro a rispondere.

Non ci crederete:  la sua voce suadente che accompagna l’immagine rassicurante dell’uomo brizzolato, “Salve sono Pierferdinando Casini†Ehhhhhhh? Per un attimo resto stordita ma l’urlo di Tarzan nell’altra stanza mi ripiglia al volo e mi riporta lì al telefono a sentire la voce registrata di Pierferdi che mi chiede il voto in cambio di una più alta considerazione della famiglia.

Poi uno si chiede che c’hai da ridere.

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silvia ferreri on marzo 22nd 2010 in figli, lavoro femminile, madri lavoratrici, vita quotidiana

Anche no, grazie

Due notizie degli ultimi giorni che mi hanno innervosita abbastanza.

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La prima, Kathryn Bigelow, vince l’Oscar come miglior regista. E fin qui. Prima donna ad arrivare a questo risultato (allelujah nel 2010!). Tra l’altro la vittoria vale cento volte tanto, perché arriva con un film low budget alla faccia dello strapotere degli Studios e dei soldoni. Come a dire voi tenetevi i dollari a me lasciatemi l’arte. Vero, perché da anni la Bigelow fa un film più bello dell’altro.

Dunque la notizia è di quelle che restano nella storia. Bene, dico io, non potevamo fermarci qui?

Cioè, era proprio necessario (dopo aver dato la notizia del premio cinematografico più prestigioso al mondo nelle prime cinque righe dell’articolo) spendere il resto dell’inchiostro nella descrizione di:

- Altezza della regista (1,83) ovviamente mezza bellezza

- Colore dei capelli castano, forse  tinto certo perché qualche capello bianco ovviamente c’è  (ma va a  58 anni?) ma i colpi di sole alleggeriscono e danno luce

- Il gloss sulle labbra,  i denti bianchissimi, e l’ombretto smokey (di quelli leggeri ma che disegnano perfettamente gli occhi)

- I bicipiti  che fanno invidia alle ventenni frutto di ore di allenamento

- Il ventre ultrapiatto (anch’esso proveniente dall’allenamento)

- Gambe snelle scattanti e allenate (appunto vedi allenamento)

Il tutto grazie alla grande passione per l’attività fisica della Bigelow,  visto che diciamocelo non è da tutte, perché chi vorrebbe passare ore a correre sulle spiagge della California o a nuotare nella piscina della propria villa, piuttosto che stare seduta in un ufficio accanto al collega con l’alito pesante e a mangiar tramezzini lavorando davanti al computer nell’ora di  pausa per  uscire prima e correre a casa/asilo/scuola/calcio/musica/inglese?

Peraltro (e torniamo alla grande Bigelow), peraltro fare la regista è un lavoraccio. Sul serio. E’ un lavoro pesante, in cui hai decine (o centinaia a seconda della produzione) di persone da coordinare che nella stragrande maggioranza dei casi sono maschi. E i maschi si  sa non amano farsi comandare dalle donne. E’ un lavoro in cui ti fai veramente un culo così, è un lavoro in cui mille persone al minuto ti chiedono una soluzione e tu gliela devi dare, devi essere abbastanza dura da tenere la tua posizione ma abbastanza docile per farla accettare di buon grado agli altri, insomma anche un bravo mediatore, devi rassicurare chi sta con te che va tutto bene, che la barca non affonda che siamo tutti parte di una grande avventura e insieme difenderti dalle continue bordate di chi cerca di farti fuori ogni secondo con un sasso affilato che ti si pianta proprio nel mezzo delle  scapole. Se sei troppo dura sei una stronza (o in alcuni casi lesbica a seconda) se sei troppo dolce non sai tenere la troupe e dunque un’incapace. Insomma, diciamocelo, un lavoro per donne con palle così. Se in più fai pure bei film allora sei  veramente un mito. Se poi li fai anche low budget cioè senza strapagare tutti ma motivandoli per il solo fatto che stanno lavorando con te allora sei Dio.

Vogliamo raccontare anche questo quando parliamo della  Bigelow?  Oppure continuiamo a concentrarci sullo stile casual e  impeccabile anche durante le riprese,  sul berretto con visiera che protegge la pelle diafana dai raggi del sole (segreto della sua bellezza, ma magari sai in Iraq c’è quel tantinello di sole), sui mezzi guanti che le permettono di avere le mani libere ma nello stesso tempo la riparano dalle intemperie?

Per poi finire (perché ci mancava) all’uomo notevolmente più giovane con cui una donna così si accompagna.

Risultato: Kathrin bella da Oscar. Point Break e Strange Days, due dei film più belli della storia della cinema (per non parlare di Hurt Locker) offuscati dalle importanti rivelazioni del chirurgo estetico di turno sentito su quanto del suo viso sia naturale e quanto sapientemente aggiustato.

Anche no grazie. Lasciateci Katryin grande regista. Almeno in questa occasione.

E la prima.

La seconda notizia più breve e cacciottara, riguarda la diva de noartri, la Sofiona nazionale. Anche lì. Ma stiamo ancora pensando all’icona del sesso? Ma quanti hanni ha? Per carità non è che voglio dire che a settant’anni le donne non siano affascinanti, non debbano dedicarsi a piacevoli attività sessuali o non debbano sentirsi belle. Ma ogni età ha il suo modo dico io. La Sofiona settantenne che si fa fotografare stile basic instit con la biancheria in bella vista tra le gambe mi fa salire un filo di pena, un po’ di tenerezza, un  sentimento di generico rammarico, qualcosa che mi fa bisbigliare in silenzio senza farmi sentire dai presenti… nonna attenta ti si vedono le mutande.

Ecco, appunto, anche no grazie. Perchè essere donne belle non può sempre essere la notizia più importante.

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silvia ferreri on marzo 12th 2010 in arte, riflessioni

Le donne, i piedi, l’Africa e l’otto Marzo

Questo Otto Marzo mi è passato davanti così come fosse un qualsiasi sette o un dieci o un ventitre. Però molto  più speciale di un ventitre qualsiasi perché per la prima volta viaggiavo con mia madre e con mio figlio, insieme. Il viaggio è un momento che adoro, che sia treno aereo, macchina, nave è un momento di passaggio di stato che quasi sempre porta una novità.  In più questa volta non avevo dovuto salutare mammadisilvia a Milano ma la portavo con me. Speciale. E se non fosse stato per i tulipani rossi che Giancarlo  ha portato alla stazione a madre e figlia l’otto marzo  sarebbe passato proprio sotto il naso.

Poi ho sentito della campagna Noppawira che propone  di assegnare quest’anno il nobel per la pace alle donne africane, a tutte, o meglio ai piedi delle donne africane.

I piedi che cercano il cibo nei mercati, i piedi che se ne vanno a prendere acqua per chilometri lontani con bambini attaccati alle spalle  e la riportano ai villaggi con recipienti pesanti sulle teste, i piedi che reggono i pesi dei conflitti voluti dagli uomini, i piedi che fuggono per chilometri e nazioni, i piedi che portano i bambini in salvo, i piedi che protestano contro le violenze.  E’ l’Africa, e cammina con i piedi delle donne.

Allora ho pensato a tutte le volte che noi donne ci reggiamo, ci muoviamo, ci piantiamo, sui nostri piedi. A quanto sopportano i piedi delle donne, di tutte le donne, piedi che corrono, lottano con il tempo, i ritardi, le cose da fare, le mille anime dentro di noi, piedi che piangono, piedi che ballano, piedi che si alzano sulle punte per sbirciare, guardare, fatemi vedere che son piccina e non ci arrivo. Perché gli uomini, quelli più alti stanno quasi sempre davanti.

Ma a furia di allungarci forse ci siamo alzate di qualche spanna.

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silvia ferreri on marzo 11th 2010 in riflessioni

comunicare con l’inps è facile

Maternità è anche questo.

Sono  a Milano a casa dei miei da una settimana.  Finalmente ho una mattina libera visto che ho spedito nonno (sempre super impegnato) e bambino a fare una passeggiata in  brughiera.

Dovrei lavorare, ho molto da fare e un arretrato da paura. E invece stamattina decido di recitare:  Matrix, la ricerca della verità. Voglio parlare con l’Inps. Per varie ragioni non ho ancora ricevuto il mio assegno di maternità e ho bisogno di informazioni per risolvere questa faccenda.

Vado sul sito dell’Inps: l’home page parla chiaro dice “comunicare con l’Inps è facileâ€. Sono contenta dico già mi immaginavo un girone dantesco. Qualcuno mi risponderà, e loro certamente sapranno aiutarmi.

Dunque chiamo subito il numero verde indicato nel sito. Sei volte: le prime cinque mi dicono che ci sono troppi utenti in linea, la sesta arrivo praticamente vicina al premio ma quando sta per scattare il paradiso la linea cade. Altre due volte e di nuovo ci sono troppi utenti. Un colpo di fortuna sprecato!

Non demordo. Penso ora chiamo qualche sede piccola di provincia, qualcuno mi risponderà, e loro certamente sapranno aiutarmi.

Mi armo. Di pazienza. Ma non credevo ce ne volesse tanta.

Mi ci metto e chiamo tutta una serie di sedi della Lombardia. Qualcuno mi risponderà, e loro certamente sapranno aiutarmi. Per ogni sede ascolto la griglia di proposte e digito il numero corrispondente a “maternitàâ€. Ma poi:

Abbiategrasso: non risponde.

Cinisello Balsamo: non risponde.

Magenta: non risponde.

Codogno (Lodi) la maternità non rientra nemmeno nelle opzioni di scelta numeriche dunque la vocina mi dice attenda per essere messa in contatto con un operatore. Dopo vari minuti la stessa voce mi dice l’interno richiesto è occupato, di seguito l’interno richiesto non ha casella vocale, di seguito l’interno richiesto non esiste. Cade la linea.

Carate Brianza: non risponde

Desio: non risponde

Melegnano: non risponde

Gorgonzola: non risponde

Melzo: non risponde

Milano Baggio: non risponde

Milano Corvetto: non risponde

Milano fiori: sempre occupato

Milano Lorenteggio: non risponde

Milano Missori: sempre occupato

Milano Niguarda: non risponde

Milano Nord: non risponde

Seregno: non risponde

Vimercate:  madonna mia rispondono, sono così emozionata che mi manca il fiato, però non sanno proprio che cosa siano i lavoratori enpals (che non è collaboratrice domestica cerco di spiegargli ma lavoratori dello spettacolo sigh!), mi dice che devo chiamare l’ufficio aziende di Milano nord, mi dà il numero. Ringrazio.

Chiamo lì, c’è un centralino, qualcuno mi risponderà, e loro certamente sapranno aiutarmi.

Milano Nord. Il centralino risponde ma  gli interni che mi passa no.  Nessuno dei tre. Tutte e tre  le volte la linea ritorna al gentile centralinista che alla fine dice   signora non rispondono, può provare più tardi. Ma io resto attaccata a quella voce come una cozza nera, gli racconto tutto, mi sfogo, conto le telefonate e poi gli spiego il mio problema per filo e per segno, la mia maternità persa nell’aere. Lui non batte ciglio, resta là impassibile, ascolta ogni sillaba come il più pagato degli psicologi. Poi quando io tiro un sospiro con la stessa identica voce di prima dice: signora gliel’ho detto riprovi più tardi, qualcuno risponderà e loro certamente sapranno aiutarla.

Certo.

Ma sono stanca.

E poi è tornato il nonno dalla brughiera.

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silvia ferreri on marzo 5th 2010 in lavoro femminile, maternità, vita quotidiana

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