non lo dico io lo dice l’istat

images-2 In Italia, in un giorno medio il tempo di lavoro totale (retribuito e familiare) arriva per le donne a 7h26′-  valore superiore a quello di molti altri paesi (Germania 6h16′, Belgio 6h39’, Norvegia 6h40’, Finlandia  6h45’ e Inghilterra 6h48’) ed inferiore solo a quello registrato nell’Est Europa - (per esempio, la Lituania  8h10’, la Slovenia 7h57’, la Lettonia 7h37’, l’Estonia 7h35’). Inoltre, se si guarda alla composizione  interna del lavoro totale, il lavoro familiare presenta n Italia un peso maggiore (74%) che altrove. Al  contrario, gli uomini italiani si collocano al penultimo posto per quantità di tempo dedicato  mediamente al lavoro totale (6h01’), seguiti solo dagli uomini tedeschi (5h56’).




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silvia ferreri il aprile 19th 2010 in lavoro femminile, madri lavoratrici, riflessioni

giovedì 29 aprile

carissima Silvia,

ti scrivo per dirti che con Elisa abbiamo quasi messo a punto
l’incontro del 29 aprile. In allegato trovi una bozza di invito. L’orario è da confermare.
Pensavamo - se sei d’accordo - di mandare il tuo documentario per intero,
seguìto da altri due brevi video: uno di Sabina Ambrogi (presente all’incontro) e l’altro:
un frammento dal documentario “Il corpo delle donne”, di Lorella Zanardo.
Successivamente, vorremmo ragionare con voi (come sai, ci saranno anche Elena Stancanelli ed Emanuele Trevi) sui temi: ’donne e rappresentazione televisiva’, ‘donne e lavoro’, ’stereotipi sulle donne proposti dalle donne stesse’.
Il nostro interesse nasce dalla constatazione di come il pensiero comune – anche con le migliori intenzioni - sia convogliato nella critica al modello televisivo che rappresenta, in realtà, una percentuale bassissima di donne.
ll risultato è un guazzabuglio di moralismo, critica ai costumi e denuncia ai mulini a vento.
Nei fatti, la realtà delle donne non è quella rappresentata dal piccolo schermo.
Ci siamo fatte l’idea che concentrare l’attenzione sul presunto ’scandalo’ della chirurgia estetica, sulle escort o sul velinismo ‘reificante’ (come fa la Zanardo, e non solo; ripeto: con le migliori intenzioni) sia un falso bersaglio; un’operazione che potenzialmente indebolisce eventuali proposte politiche.
E che comunque non è attendibile, nemmeno statisticamente, come campione rappresentativo.

Vorremmo, insomma, provare a capire se le donne
si sentano rappresentate dai problemi posti dall’immagine televisiva.
Noi non ne siamo così convinte. E soprattutto, non condividiamo il moralismo di fondo,
che le spartisce in ‘buone’ (con le rughe) e ‘cattive’ (con botulino).
Non siamo soddisfatte di questa narrazione. E ci chiediamo come mai, invece
che parlare di diritti e di politica, le donne esauriscano tutte le risorse, anche intellettuali, nell”oggettivazione’ del loro genere, come fosse qualcosa di posseduto ed estraneo al tempo stesso. Pare ci sia un’ossessione di fondo, ovvero: ’problemi relativi alla rappresentazione del  corpo’. Un procedimento di astrazione che gli uomini, per esempio, non praticano, a meno che non vogliano cambiare gender o fare il presidente del consiglio.

Ovviamente, questa è solo la (riccamente ingarbugliata) linea di fondo: politica o rappresentazione?
Metteremo altri temi sul piatto. Anche a partire dal tuo documentario.
Che parla di lavoro. E di maternità.

Fammi sapere se ci sono problemi, intanto
buon fine settimana

Sara & Elisa

Ho ricevuto qualche giorno fa da Sara Ventroni ed Elisa Davoglio questa mail che altro non è che il succo del programma della serata del 29 Aprile a Roma alla quale mi hanno invitata insieme ad altre scrittrici e scrittori. L’ho trovata così interessante da volerla pubblicare e soprattutto ho trovato per la primissima volta qualcuno che (vi giuro senza averne mai parlato prima) ha il mio stesso identico pensiero su molti temi  proposti negli ultimi mesi che io non riconosco affatto come pregnanti nè nel loro contenuto nè soprattutto nella forma in cui sono stati velocemente impacchettati. Come a dire che anche a proporre i temi di discussione, a farne parlare, a farli girar ovunque per il web bisogna essere brave a fare marketing.

Le ringrazio di questa opportunità e soprattutto invito chi ha una serata libera giovedì 29 Aprile. Per chi ancora non l’ha visto sarà una buona occasione per vedere Uno virgola due in proiezione. Vi dirò luogo e orario.


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silvia ferreri il aprile 18th 2010 in incontri, maternità, media, riflessioni

Varie a New York

Cose che mi hanno lasciata stupita, sbalordita, esterefatta, basita la scorsa settimana a  New York.

Stupita. All’angolo della strada dove stava il nostro albergo, al Village, c’è un parchetto meraviglioso per i bambini. Il parco tutto chiuso da recinzioni basse (altezza bambino per intenderci) e con un piccolo cancelletto di ferro battuto allingresso è pieno di giochi fissi per i bambini più grandi, e di  giocatoli tipo trenini automobiline e altri oggetti per i bimbi più piccoli. C’è una grande quadrato pieno di sabbia dove i bambini rotolano e costruiscono case e castelli, e un’enorme fontana con un alto getto rotondo sotto la quale  i bambini sguazzano. Si rischia l’effetto cotoletta, ma vi giuro, la gioia che sprizza da quel piccolissimo parco giochi di città è ad altissima densità. Il tutto autogestito dalle famiglie del quartiere che si occupano di pulirlo e di comprare i giochi che poi vengono lasciati lì a disposizione di tutti i bambini. Nella notte il tutto giace sotto le stelle della Grande Mela e nessuno tocca niente. Su una bacheca di legno, pubblicità di corsi yoga e attività per bambini, i numeri dei responsabili e identikit con foto di un uomo accusato di aver avvicinato in maniera sospetta dei bambini. Per condividere tutto.

Sbalordita. New York è una grande onda d’amore sulla quale devi imparare  a rimanere in equilibrio. Non l’ho detto io ma una donna incontrata alla New York Public Library dove era fiera e felice di essere volontaria. Da lei ho scoperto, e questo mi ha lasciato sbalordita, che la Public Library di New York da quando è stata fondata raccoglie tutto lo scibile umano di tutto il mondo in tutte le lingue esistenti in almeno due copie. Questo perché per volere dei padri fondatori la cultura è la base della democrazia e proprio per questo ogni testo deve essere accessibile e consultabile da chiunque di qualunque nazionalità e provenienza. Basta entrare e chiedere. E vi sarà dato da leggere e studiare.

Esterefatta. Due mie amiche  di New York, una quasi al nono mese di gravidanza, l’altra con un bambino molto piccolo hanno entrambe deciso di lasciare i loro ottimi e ottimamente pagati impieghi. Entrambe con posizioni molto elevate e competitive e dunque con orari lunghi e poco tempo libero, hanno voluto lasciare il lavoro per dedicarsi completamente ai loro figli nei primi mesi di vita. Alla mia domanda ma pensate che poi riuscirete a rientrare e trovare un nuovo lavoro se non equivalente quantomeno soddisfacente, mi hanno guardata come se  non avessero capito la domanda. Esterefatte anche loro.

Basita. Ho perso l’Iphone per strada e me lo hanno riportato.

E’ andata così, sono in giro con Michelangelo e con la mia amica e il suo bimbo piccolo (vedi sopra) quando mi accorgo di non avere più il telefono, attimo di disperazione, la mia amica chiama il mio numero. Equannomai mi dico tra me e me in un becero italiano, quando sento lei  che tranquillamente conversa con chi aveva trovato il mio iphone. Gli dà il cross dove ci troviamo e dopo dieci minuti un uomo scende da un taxi e me lo porge. In cambio mi chiede una foto insieme a Michelangelo. Sorriso, flash.

Vi giuro che è tutto vero.

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silvia ferreri il aprile 17th 2010 in altrove, bambini, lavoro femminile

Il paese reale

Senza commento riporto semplicemente, l’editoriale di ieri  del direttore Concita De Gregorio e  di seguito un titolo di oggi del Resto del Carlino. La riflessione la lascio a voi, “paese reale”.

Pane e acqua

di Concita De Gregorio

Qualche volta mi è capitato di dimenticare le rette scolastiche. La mensa, soprattutto. Quando i figli sono tutti piccoli, bollettini diversi scadenze diverse: le portano a casa negli zaini dicono mamma tieni, uno appoggia distratto il pezzo di carta sulla mensola, poi magari non si trova più, si perde in mezzo ad altre carte. Si paga in ritardo, con la penale, senza decreti ovviamente, e finisce lì. La prossima volta si sta più attenti. Non si pensa mai – e questo dipende dal fatto, credo, che siamo cresciuti, la mia generazione è cresciuta in un Paese dove la scuola pubblica specie quella elementare era fantastica, la cura dei bambini un bene superiore condiviso – che le colpe dei padri possano ricadere sui figli. C’entrano anche certi insegnamenti primari, certo, tipo questo. Perciò non succede niente, se un padre dimentica di pagare una retta di certo la scuola farà in modo che il bambino non sia neppure sfiorato da un pensiero che non saprebbe concepire. Se – più grave, più triste – i genitori non possono, invece, pagarla, la scuola – il comune, l’ente pubblico, lo Stato – si fa carico della debolezza dei grandi e protegge i piccoli. È ovvio che quando i bambini si siedono a tavola, a mensa, devono avere nei piatti tutti la stessa pasta al sugo. Non c’è nemmeno bisogno di spiegare perché. Perciò ci saranno cose più gravi ma mi dispiace, non riesco a pensare ad altro che a quei nove bambini che lunedì si sono seduti ai piccoli tavoli spostando le piccole sedie, hanno aspettato che arrivasse come ogni giorno la signora con carrello e hanno visto la pasta nei piatti degli altri, il pane nel loro. Scuola elementare di Montecchio Maggiore, provincia di Vicenza. Il comune (Lega, Pdl) aveva avvisato: questa la spiegazione. Sette bimbi stranieri, due italiani: pane e acqua. Riuscite a immaginarvi di avere sei anni, sedervi a tavola coi compagni, vedervi porgere un pezzo di pane, la pasta nei piatti degli altri e i loro sguardi su di voi? Sentire il compagno che chiede «perché tu mangi il pane», e non sapere cosa rispondere? Provate ad andare a ritroso negli anni, a mettervi in quelle scarpe e quei grembiuli: che cosa fareste? Piangereste, restereste in silenzio, mangereste il panino, dareste una spinta al compagno rovesciando il piatto? Ma che paese siamo diventati? Ma cosa ci è successo? Ma come è possibile che abbiamo smarrito persino l’istinto a tutelare l’innocenza, la cura dello sguardo di un bimbo, il suo valore? Cosa ci stiamo a fare, di cosa parliamo se non sappiamo sentire e insegnare questo? Da dove possiamo ripartire se non da qui?

Il resto, tutto il resto, ne consegue. Mille posti in meno alla Fiat, altre mille famiglie che presto non potranno pagare le rette. Andate a cercare la notizia nei giornali, nei tg. Cercate bene, poi fateci sapere. A qualcuno interessa se da domani ci saranno mille posti di lavoro in meno? Non tocca mai a noi, non è vero? Sono storie di poveri, una minoranza. E se nostro figlio è compagno di banco e di classe dei nove a pane e acqua alla fine sarà meglio cambiargli scuola, che magari poi fa domande a cui non sappiamo rispondere. È così imbarazzante sentire i bambini che domandano perché. Diamogli la play station, così stanno zitti.

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silvia ferreri il marzo 24th 2010 in discriminazioni, figli, media, riflessioni

Robe dell’altro mondo

Michelangelo si è appena calmato. Canta quando la tartaruga gigante (mica vera di plastica) che cerca di azzannare glielo permette. Ma fino a poco fa non era così.

Andiamo a ritroso.

Si prospetta una settimana difficile difficile.

Insomma per chi non lo sa ancora (visto che in pratica l’ho detto a mezzo mondo) la nostra padrona di casa tra una settimana esatta ci caccia. Sì esatto ci manda via con bambino culla e tutto. Mi serve casa, il contratto è finito, fuori dalle palle. A nulla sono servite le nostre richieste che sono diventate preghiere che sono diventate suppliche di lasciarci qui altri tre mesi. Niente. Trovatevi un altro posto, di storie di gente con bambini in una mangiatoia ce ne sono a  iosa. Direte voi ma perché non vi siete cercati un’altra casa da prima? Ci abbiamo provato. Ma avendo noi un appartamento che sarà disponibile a settembre nessuno dico nessuno in questa città ci affitta una casa per così pochi mesi. Tutti si chiedono perché ne avete bisogno per così poco, chi non se lo chiede ci dice di no a priori perché siamo residenti e nessuno crede alla storia della fine del contatto e dell’attesa della nostra agognata e sospirata casa.  In pratica Bonnie e Clyde occupacase de noartri.

Insomma in questo semi delirio (lunedi prossimo dobbiamo traslocare!) questa si prospetta decisamente una settimana difficile.

E comincia così. Alle sei di questa mattina Michelangelo si sveglia. Mi alzo e gli faccio il latte, il padre glielo dà e lo rimette a nanna. Loro si riaddormentano subito. Io alle sette e mezza.

Alle otto svizzere precise attacca il martello pneumatico che buca la strada sotto la finestra della nostra camera da letto (al primo piano), strada per altro in cui da una settimana non si può parcheggiare per i lavori e che ha reso la ricerca di un posto macchina un incubo al quadrato.

Quando siamo tutti in piedi si capisce che sarà una giornata piena e dura. Oggi Michelangelo ha deciso di diventare un bambino normale e non l’angelo dai capelli rossi che è sempre stato da quando è nato. Ha deciso che non ne vuole sapere di niente e di nessuno se non di stare in braccio a me.

La  fata tata che nel frattempo è arrivata e che cerca di ridare un senso a quella cosa chiamata casa che è il nostro appartamento “in trasloco verso non si sa doveâ€,  tenta di tenerlo impegnato con dei giochi mentre con una bacchetta magica riordina lo strato del week end. Ma niente oggi è tutto mammamammamamma. Non so se è più penetrante lui o il martello pneumatico che continua a risuonare come un basso perforante fin dentro le ossa. Dunque né io né la fata tata riusciamo a fare niente. A sto punto mi alzo dal computer e decido di portarlo fuori. Almeno lei fa qualcosa e forse io riesco almeno a  telefonare.

Dopo pochi minuti sono seduta a un baretto all’aperto con un cappuccino mezzo versato sul tavolino, il telefono tra il collo e l’orecchio e l’infante arrampicato addosso con una mano sulla mia testa e l’altra nella mia bocca.  Turisti che ridono. Meglio andare. Prima che madre lavoratrice con bambino diventi una delle maggiori attrazioni della città.

Riprendo passeggino e passeggio. Lui si distrae con le bancarelle del mercato di Campo dei Fiori e io riesco a fare quelle due tre telefonate importanti. Parlo anche con Anna di Moms@work che ho incontrato da poco nel “paese reale†dopo averla conosciuta in rete, e ragioniamo di come unire le forze e far incrociare i progetti. Lei di corsa che me la immagino sta dietro a mille cose, con le voci dei suoi bambini in sottofondo, io col fiatone che spingo con una mano e se mi fermo parte l’urlo di Tarzan. Mi viene da ridere. Ma ridere è buon segno mi dico. Non so che cosa esattamente mi abbia fatto tornare il buon umore.  Forse il pensiero che chi si ferma è perduto. Che bisogna continuare a lottare. Che non è bene darsi per vinte e abbandonare il campo da gioco quando le cose sembrano più difficili e i sogni sono in frantumi.

O forse il fatto che mentre  tentavo di rientrare a casa e urlavo come un ossessa al manovratore del martello pneumatico  di posare un secondo l’aggeggio, il tempo di farmi passare con passeggino piegato in spalla e bambino piovra in braccio, passa  Gianni Minoli, uno degli uomini più potenti della televisione italiana,  a cui sarei dovuta andare a chiedere un lavoro, e mi lancia uno sguardo dolce ma un po’ patetico e molto molto eloquente: mestiere difficile fare la mamma…

No un attimo dottore ecco un secondo io sarei un’autrice se avesse un secondo per leggere il mio curriculum e i miei lavori…Ma tutto questo resta nella mia mente. Lui passa, mi sorride, e se ne va. Il martello pneumatico non si ferma e io e il bambolotto attraversiamo il portone di corsa in una nuvola di polvere e frastuono.

Tutto normale, no? Dov’ è la roba dell’altro mondo dite voi?

Qui.

Entro finalmente  nella mia quasi ex casa, appoggio la creatura nel suo box e due cose avvengono nel medesimo istante: lui scoppia a piangere come un cicciobello col bottone pigiato su on e il telefono squilla. Decido chi far smettere prima e mi sembra più facile il telefono. Corro a rispondere.

Non ci crederete:  la sua voce suadente che accompagna l’immagine rassicurante dell’uomo brizzolato, “Salve sono Pierferdinando Casini†Ehhhhhhh? Per un attimo resto stordita ma l’urlo di Tarzan nell’altra stanza mi ripiglia al volo e mi riporta lì al telefono a sentire la voce registrata di Pierferdi che mi chiede il voto in cambio di una più alta considerazione della famiglia.

Poi uno si chiede che c’hai da ridere.

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Anche no, grazie

Due notizie degli ultimi giorni che mi hanno innervosita abbastanza.

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La prima, Kathryn Bigelow, vince l’Oscar come miglior regista. E fin qui. Prima donna ad arrivare a questo risultato (allelujah nel 2010!). Tra l’altro la vittoria vale cento volte tanto, perché arriva con un film low budget alla faccia dello strapotere degli Studios e dei soldoni. Come a dire voi tenetevi i dollari a me lasciatemi l’arte. Vero, perché da anni la Bigelow fa un film più bello dell’altro.

Dunque la notizia è di quelle che restano nella storia. Bene, dico io, non potevamo fermarci qui?

Cioè, era proprio necessario (dopo aver dato la notizia del premio cinematografico più prestigioso al mondo nelle prime cinque righe dell’articolo) spendere il resto dell’inchiostro nella descrizione di:

- Altezza della regista (1,83) ovviamente mezza bellezza

- Colore dei capelli castano, forse  tinto certo perché qualche capello bianco ovviamente c’è  (ma va a  58 anni?) ma i colpi di sole alleggeriscono e danno luce

- Il gloss sulle labbra,  i denti bianchissimi, e l’ombretto smokey (di quelli leggeri ma che disegnano perfettamente gli occhi)

- I bicipiti  che fanno invidia alle ventenni frutto di ore di allenamento

- Il ventre ultrapiatto (anch’esso proveniente dall’allenamento)

- Gambe snelle scattanti e allenate (appunto vedi allenamento)

Il tutto grazie alla grande passione per l’attività fisica della Bigelow,  visto che diciamocelo non è da tutte, perché chi vorrebbe passare ore a correre sulle spiagge della California o a nuotare nella piscina della propria villa, piuttosto che stare seduta in un ufficio accanto al collega con l’alito pesante e a mangiar tramezzini lavorando davanti al computer nell’ora di  pausa per  uscire prima e correre a casa/asilo/scuola/calcio/musica/inglese?

Peraltro (e torniamo alla grande Bigelow), peraltro fare la regista è un lavoraccio. Sul serio. E’ un lavoro pesante, in cui hai decine (o centinaia a seconda della produzione) di persone da coordinare che nella stragrande maggioranza dei casi sono maschi. E i maschi si  sa non amano farsi comandare dalle donne. E’ un lavoro in cui ti fai veramente un culo così, è un lavoro in cui mille persone al minuto ti chiedono una soluzione e tu gliela devi dare, devi essere abbastanza dura da tenere la tua posizione ma abbastanza docile per farla accettare di buon grado agli altri, insomma anche un bravo mediatore, devi rassicurare chi sta con te che va tutto bene, che la barca non affonda che siamo tutti parte di una grande avventura e insieme difenderti dalle continue bordate di chi cerca di farti fuori ogni secondo con un sasso affilato che ti si pianta proprio nel mezzo delle  scapole. Se sei troppo dura sei una stronza (o in alcuni casi lesbica a seconda) se sei troppo dolce non sai tenere la troupe e dunque un’incapace. Insomma, diciamocelo, un lavoro per donne con palle così. Se in più fai pure bei film allora sei  veramente un mito. Se poi li fai anche low budget cioè senza strapagare tutti ma motivandoli per il solo fatto che stanno lavorando con te allora sei Dio.

Vogliamo raccontare anche questo quando parliamo della  Bigelow?  Oppure continuiamo a concentrarci sullo stile casual e  impeccabile anche durante le riprese,  sul berretto con visiera che protegge la pelle diafana dai raggi del sole (segreto della sua bellezza, ma magari sai in Iraq c’è quel tantinello di sole), sui mezzi guanti che le permettono di avere le mani libere ma nello stesso tempo la riparano dalle intemperie?

Per poi finire (perché ci mancava) all’uomo notevolmente più giovane con cui una donna così si accompagna.

Risultato: Kathrin bella da Oscar. Point Break e Strange Days, due dei film più belli della storia della cinema (per non parlare di Hurt Locker) offuscati dalle importanti rivelazioni del chirurgo estetico di turno sentito su quanto del suo viso sia naturale e quanto sapientemente aggiustato.

Anche no grazie. Lasciateci Katryin grande regista. Almeno in questa occasione.

E la prima.

La seconda notizia più breve e cacciottara, riguarda la diva de noartri, la Sofiona nazionale. Anche lì. Ma stiamo ancora pensando all’icona del sesso? Ma quanti hanni ha? Per carità non è che voglio dire che a settant’anni le donne non siano affascinanti, non debbano dedicarsi a piacevoli attività sessuali o non debbano sentirsi belle. Ma ogni età ha il suo modo dico io. La Sofiona settantenne che si fa fotografare stile basic instit con la biancheria in bella vista tra le gambe mi fa salire un filo di pena, un po’ di tenerezza, un  sentimento di generico rammarico, qualcosa che mi fa bisbigliare in silenzio senza farmi sentire dai presenti… nonna attenta ti si vedono le mutande.

Ecco, appunto, anche no grazie. Perchè essere donne belle non può sempre essere la notizia più importante.

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silvia ferreri il marzo 12th 2010 in arte, riflessioni

Le donne, i piedi, l’Africa e l’otto Marzo

Questo Otto Marzo mi è passato davanti così come fosse un qualsiasi sette o un dieci o un ventitre. Però molto  più speciale di un ventitre qualsiasi perché per la prima volta viaggiavo con mia madre e con mio figlio, insieme. Il viaggio è un momento che adoro, che sia treno aereo, macchina, nave è un momento di passaggio di stato che quasi sempre porta una novità.  In più questa volta non avevo dovuto salutare mammadisilvia a Milano ma la portavo con me. Speciale. E se non fosse stato per i tulipani rossi che Giancarlo  ha portato alla stazione a madre e figlia l’otto marzo  sarebbe passato proprio sotto il naso.

Poi ho sentito della campagna Noppawira che propone  di assegnare quest’anno il nobel per la pace alle donne africane, a tutte, o meglio ai piedi delle donne africane.

I piedi che cercano il cibo nei mercati, i piedi che se ne vanno a prendere acqua per chilometri lontani con bambini attaccati alle spalle  e la riportano ai villaggi con recipienti pesanti sulle teste, i piedi che reggono i pesi dei conflitti voluti dagli uomini, i piedi che fuggono per chilometri e nazioni, i piedi che portano i bambini in salvo, i piedi che protestano contro le violenze.  E’ l’Africa, e cammina con i piedi delle donne.

Allora ho pensato a tutte le volte che noi donne ci reggiamo, ci muoviamo, ci piantiamo, sui nostri piedi. A quanto sopportano i piedi delle donne, di tutte le donne, piedi che corrono, lottano con il tempo, i ritardi, le cose da fare, le mille anime dentro di noi, piedi che piangono, piedi che ballano, piedi che si alzano sulle punte per sbirciare, guardare, fatemi vedere che son piccina e non ci arrivo. Perché gli uomini, quelli più alti stanno quasi sempre davanti.

Ma a furia di allungarci forse ci siamo alzate di qualche spanna.

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silvia ferreri il marzo 11th 2010 in riflessioni

comunicare con l’inps è facile

Maternità è anche questo.

Sono  a Milano a casa dei miei da una settimana.  Finalmente ho una mattina libera visto che ho spedito nonno (sempre super impegnato) e bambino a fare una passeggiata in  brughiera.

Dovrei lavorare, ho molto da fare e un arretrato da paura. E invece stamattina decido di recitare:  Matrix, la ricerca della verità. Voglio parlare con l’Inps. Per varie ragioni non ho ancora ricevuto il mio assegno di maternità e ho bisogno di informazioni per risolvere questa faccenda.

Vado sul sito dell’Inps: l’home page parla chiaro dice “comunicare con l’Inps è facileâ€. Sono contenta dico già mi immaginavo un girone dantesco. Qualcuno mi risponderà, e loro certamente sapranno aiutarmi.

Dunque chiamo subito il numero verde indicato nel sito. Sei volte: le prime cinque mi dicono che ci sono troppi utenti in linea, la sesta arrivo praticamente vicina al premio ma quando sta per scattare il paradiso la linea cade. Altre due volte e di nuovo ci sono troppi utenti. Un colpo di fortuna sprecato!

Non demordo. Penso ora chiamo qualche sede piccola di provincia, qualcuno mi risponderà, e loro certamente sapranno aiutarmi.

Mi armo. Di pazienza. Ma non credevo ce ne volesse tanta.

Mi ci metto e chiamo tutta una serie di sedi della Lombardia. Qualcuno mi risponderà, e loro certamente sapranno aiutarmi. Per ogni sede ascolto la griglia di proposte e digito il numero corrispondente a “maternitàâ€. Ma poi:

Abbiategrasso: non risponde.

Cinisello Balsamo: non risponde.

Magenta: non risponde.

Codogno (Lodi) la maternità non rientra nemmeno nelle opzioni di scelta numeriche dunque la vocina mi dice attenda per essere messa in contatto con un operatore. Dopo vari minuti la stessa voce mi dice l’interno richiesto è occupato, di seguito l’interno richiesto non ha casella vocale, di seguito l’interno richiesto non esiste. Cade la linea.

Carate Brianza: non risponde

Desio: non risponde

Melegnano: non risponde

Gorgonzola: non risponde

Melzo: non risponde

Milano Baggio: non risponde

Milano Corvetto: non risponde

Milano fiori: sempre occupato

Milano Lorenteggio: non risponde

Milano Missori: sempre occupato

Milano Niguarda: non risponde

Milano Nord: non risponde

Seregno: non risponde

Vimercate:  madonna mia rispondono, sono così emozionata che mi manca il fiato, però non sanno proprio che cosa siano i lavoratori enpals (che non è collaboratrice domestica cerco di spiegargli ma lavoratori dello spettacolo sigh!), mi dice che devo chiamare l’ufficio aziende di Milano nord, mi dà il numero. Ringrazio.

Chiamo lì, c’è un centralino, qualcuno mi risponderà, e loro certamente sapranno aiutarmi.

Milano Nord. Il centralino risponde ma  gli interni che mi passa no.  Nessuno dei tre. Tutte e tre  le volte la linea ritorna al gentile centralinista che alla fine dice   signora non rispondono, può provare più tardi. Ma io resto attaccata a quella voce come una cozza nera, gli racconto tutto, mi sfogo, conto le telefonate e poi gli spiego il mio problema per filo e per segno, la mia maternità persa nell’aere. Lui non batte ciglio, resta là impassibile, ascolta ogni sillaba come il più pagato degli psicologi. Poi quando io tiro un sospiro con la stessa identica voce di prima dice: signora gliel’ho detto riprovi più tardi, qualcuno risponderà e loro certamente sapranno aiutarla.

Certo.

Ma sono stanca.

E poi è tornato il nonno dalla brughiera.

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silvia ferreri il marzo 5th 2010 in lavoro femminile, maternità, vita quotidiana

scuole e scuole

E’ di qualche giorno fa la notizia di genitori in coda dalle quattro del mattino davanti a una scuola elementare romana per iscrivere i figli. I posti, ridotti a 20 dopo la riforma,  erano tanto ambiti da rendere necessario un criterio di selezione naturale evidentemente più duro e da veri uomini rispetto a una semplice domanda con allegata dichiarazione dei redditi. Metodo peraltro a mio avviso assai poco indicativo in un paese ove vige la costante elusione fiscale e in cui le dichiarazioni dei redditi di certi sono più leggere di quelle dei loro dipendenti.

La scuola a tempo pieno è un diritto che già da qualche tempo (ricordate il governo Berlusconi precedente all’ultimo Prodi) viene messo in dubbio dai politici per così dire meno progressisti.

E la riforma Gelmini ha definitivamente portato a termine un progetto di vita, e non di scuola più volte tentato dalla destra italiana. Ovvero a pomeriggio i bambini restano a casa con le madri, la scuola chiude, e le donne sono costrette a lasciare il lavoro. Come vedete ci si guadagna da entrambe le parti: la socialità risparmia e il livello di disoccupazione si abbassa. Non fa una piega.

Qualche giorno fa mi sono trovata a una festa di figli di amici (di amici veri, non come dice la Denise di quelli che sei obbligata a frequentare per soddisfare il figliolo tiranno anche perché il mio ha dieci mesi e gli amici glieli scelgo ancora io J) insomma dicevo ero a una festa di compleanno del figlio di amici, mi sono seduta a far mangiare il mio pulcino e ho ascoltato un po’ di voci parole discorsi che salivano in qualche modo da quel baccano che sono trenta bambini che giocano corrono mangiano gridano ridono. E la maggioranza di questi genitori parlava guarda un po’ di scuola. E la maggioranza di questi genitori aveva guarda un po’ scelto scuole straniere.

Sono rimasta scioccata. Ho imparato più in un pomeriggio, che se avessi fato un seminario intensivo sulle scuole straniere a Roma. L’americana: la più costosa, prezzi altissimi, ma orario pieno e attività che vanno dalla ceramica alla narrazione (oltre le “solite†arti e tutti gli sport possibili sulla terra), l’inglese, costosissima anche lei, con quel tocco di classe in più che ancora un accento british può avere sui cugini americani, la svizzera quattro lingue in programma, la francese la dura e ambita Chateaubriand.

Ussantapace mi girava la testa.

Finchè una madre dice io la mando all’italiana, la carta igienica gliela metto in cartella insieme al cellulare perché il telefono della scuola è rotto e se succede un’ emergenza è bene che ogni bambino abbia con sé un portatile. Che non si sa mai.

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silvia ferreri il febbraio 3rd 2010 in figli, lavoro femminile, scuola

sulla maternità (risposta a denise su essere madri significa tra l’altro)

Cara Denise, mi chiedi di leggere il tuo scritto sulla maternità io lo faccio e ti dico la mia. Lo faccio qui perché a questo punto sebbene leggermente fuori tema rispetto al mio argomento credo che possa essere un soggetto di discussione. Ti ringrazio per aver posto la questione. Tu dici che scrivi cose impopolari, ma non è questo che m’interessa, piuttosto il dirti perché non sono d’accordo con te.

Non faccio parte della categoria di donne che la maternità è tutto bello rose e fiori, che io la panciona l’ho odiata da subito e mi sentivo la donna più brutta del mondo.  Sono ingrassata, i capelli mi si sono ammosciati, gli ormoni mi hanno portato fame e pianto alternati e pure insieme, e ho anche smesso di fumare, che ogni tanto pensavo quasi quasi un tiro me lo faccio ma poi resistevo.

Ancora oggi che il mio eroe ha dieci mesi, mi vedo sovrappeso, mi sfascio in piscina avanti e indietro per perdere altri dieci chili e la pancia è tuttora ripiegata su quel taglio (ma non doveva essere un taglietto?) che non viene proprio più su. E la gente che mi dice (di solito le commesse quando mi aggiro mesta per i negozi) sì però signora vuole mettere in cambio ha avuto questa meraviglia. Dico sì ascolti mio marito la meraviglia ce l’ha uguale.

No io devo dire che se potessi la fase pancione ma che bella pancia che tutti ma cacchio proprio tutti pure gli estranei in ascensore te la devono toccare perché porta bene ( ma scusate ma voi toccate gli estranei normalmente? no perché a me sta cosa mi mandava ai matti!) comunque io dicevo la fase pancione la salterei a piè pari. Direi che se potessi averne un altro bell’è fatto forse penserei al secondo. Ma un’ altra panza no, un’altra panza no. Che non ti vedi più i piedi e non riesci a metterti gli stivali (che tra la montagna e i piedi gonfi), quella lentezza quando esci dal corso in piscina per gestanti, la fatica che fai a rivestirti che in pratica il vero sport è quello, e non l’ora di nuoto che hai fatto prima.

Per cui passiamo avanti,  fino alla nascita io rose e fiori non ne ho visti e se mulini bianchi ci sono stati devo essermici seduta sopra con i miei settantacinque chili e forse sono finiti sgretolati.

Non so se considerarmi una donna di mezza cultura (mia madre ha pagato perché ne avessi una intera ma non è detto che i suoi sforzi siano riusciti) e non è vero che non desideravo ALTRO che essere madre, (nel senso che nella vita desidero molte cose, tra cui continuare ad amare l’uomo che amo e il mio lavoro) ma non ci crederai quando parlo di mio figlio gli occhi prendono quella strana forma a cuoricino che dici tu, ballonzolano da una parte all’altra del cranio, e comincio a balbettare qualcosa a proposito dei pochi neuroni che mi sono rimasti dopo quell’evento straordinario che ha travolto la mia vita.

Per cui tenterò di rispondere brevemente ai punti che poni su “essere madre significa anche”…

Dover coltivare relazioni che non si sono scelte. Non lo so il bambino è molto piccolo dunque per ora decido io. In futuro chi lo sa, ma conoscendo me e Giancarlo sarà difficile, molto difficile che frequenteremo persone che non ci piacciono. Semmai allarghiamo la cerchia delle persone che ci piacciono.

Sono tutti pronti a dire la propria. Yeahh viviamo lontani da entrambe le famiglie e le vediamo abbastanza perché vedano crescere felici l’adorato nipotino, ma non abbastanza perché abbiano il tempo per dire ma hai messo al bambino una tutina nera, ma dai ma non si veste il bambino di nero. Di solito quando arriviamo a questo punto noi siamo già sul treno con le manine in aria a salutar.

Rinunciare a viaggiare in appagante solitudine. Ho rinunciato a viaggiare in appagante solitudine dopo l’ultimo viaggio in Brasile (in solitudine appunto) poi ho conosciuto mio marito e ho capito che in solitudine non mi sarebbe più andato di fare niente, perché che gusto c’era senza di lui? In India da sola dunque non mi viene proprio in mente, con i miei ometti appena lui sarà abbastanza grande da reggersi da solo su un elefante perché no?

Doversi appoggiare agli altri e chiedere costantemente aiuto. Aiuto non ne chiedo a nessuno, ho una tata meravigliosa fino alle due, che mi costa poco più di un asilo. Di pomeriggio ci organizziamo tra noi. Per il resto non sento di dover rendere pubbliche le mie opinioni né i miei stili di vita, che peraltro non  ho cambiato di una virgola da quando abbiamo avuto il bambino. Usciamo, andiamo a cena, facciamo cene a casa almeno una volta a settimana, viaggiamo molto. Il bambino è felice, noi siamo felici. Perché qualcuno dovrebbe dirmi come vivere?

Dover escludere progetti di vita considerati destabilizzanti per il piccolo. Ciò che escludo decisamente non sono progetti che altri considerano destabilizzanti ma ipotesi di allontanamento per lunghi periodi che mi porterebbero a soffrire talmente tanto la mancanza della mia famiglia da rendere inutile qualsiasi altra cosa.

E sulla depressione, lo so sono fortunata, non perché non ci sia passata ma perché mio figlio è sempre stato un bambino molto tranquillo che non ha mai pianto drammaticamente se non per piccole necessità che una volta soddisfatte lo facevano tornare allegro. Saper parlare della depressione dipende anche da noi.

Dover riprendere la forma è pesante e seccante, vero. Io avevo la taglia 40, in gravidanza ho preso diciassette chili, ma il meglio l’ho dato in allattamento, che il bambolotto mangiava come un ossesso e io sono passata da Kate Moss a Pamela Anderson tutto in una notte. Per i nove mesi dopo la nascita io invece di dimagrire continuavo a mettere peso. Certo quando produci un litro e mezzo di latte al giorno. Cicciona e sfatta. Felice? Col cavolo. Però pensavo quanto durerà? Pochi mesi, poi smetterò e tornerò come prima. Certo quando la signora di turno (perché è capitato anche a me) mi ha fatto le congratulazioni l’ho incenerita e ho ringhiato ho già fatto signora, è già nato. Ma non ho mai pensato che allattare fosse un limite alla mia libertà di movimento. Anzi dove andavo io veniva lui e con quale ostentatezza sventolavo la mia (per una volta nella vita) tettona per nutrire l’esserino.

Ai tutti quelli che volevano vedere il bambino ho dato degli orari e dopo la prima volta che me lo hanno strappato di mano (perché succede) ho escogitato (su consiglio della mia super pediatra) sistemi di difesa da leonessa che vi giuro nessuno ci si è più provato.

E credo anch’io che durante i primi mesi possa verificarsi qualche limite intellettuale, con le mie amiche qualche volta facciamo la conta dei neuroni. Ma anche quelli torneranno. A detta delle mie mamme di riferimento, torneranno. E in fondo basta vedere quante donne meravigliose sono diventate madri e  hanno comunque prodotto il fior fiore della cultura femminile.

Dunque come vedi, cara Denise, non sono d’accordo con te, ma soprattutto non sono d’accordo quando dici che da madri si è costrette a vivere nel conformismo e nella  medietà più volgari. Questo non dipende e non dipenderà mai dalla nascita di un bambino, è tutto frutto della nostra personalità e della nostra formazione.

Non c’è un giorno della mia vita che io abbia regalato al conformismo e alla medietà. Quando ho sentito che poteva accadere ho tagliato corde e cordoni di cose e persone e ho spinto via zavorre. E mio figlio non è solo il destinatario di tutta la mia energia ma anche la pura fonte, come una centrale che si autoalimenta ad amore per produrne altrettanto. E’ impossibile descrivere a parole il movimento che fa il mio cuore quando vedo il suo sorriso la mattina.

Altro è non desiderare figli. Se così è bisogna avere il coraggio di accettarlo, senza provarci, perché non è che dopo si può tornare indietro, perché allora sì che si finisce ad essere infelici e a sopportare dei bambini non voluti che con la nostra pena c’entrano davvero poco. E anche questo mi sembra un argomento da considerare.

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silvia ferreri il gennaio 27th 2010 in figli, gravidanza, maternità, riflessioni

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