resistenza

Mi devo scusare. Con un sacco di gente dunque lo faccio qui oggi 6 agosto quando mi sembra di respirare un attimo (ma neanche troppo). Con le lettrici per aver abbandonato a lungo il blog senza preavviso che non è mai una cosa bella da fare (a parte qualche sporadica risposta), con le colleghe blogger che mi hanno lanciato mail, corde e appelli a cui io non ho potuto dar seguito, con amiche alle cui mail è passato pure un mese prima che potessi rispondere. Mi scuso qui con tutti.

Ma.

Ho dormito poco in questi ultimi tre mesi. Meno della mia media quotidiana che era già poco.

Ho scritto poco, ho lavorato poco.  Ho fatto tutto poco. Gli eventi quotidiani mi hanno travolta ogni giorno, giorno per giorno e ogni risoluzione poneva un nuovo dubbio, e ogni dubbio risolto si trasformava in una nuova questione.  Il cervello sembrava sempre carico di qualche ingombro.

E’ stato un periodo intenso con Michelangelo che cresce e io mi sento sempre un po’ impreparata, sempre un po’ in ritardo, sembra sempre che lui preceda di un attimo il mio imparare che vada sempre un po’ più veloce di me. Quando mi sembra di sapere quello che devo fare si è già passati avanti. Non so, funziona sempre così con i bambini?

A questo si aggiunge l ’acquisto della nuova casa, la ristrutturazione, l’architetto, i preventivi, le scelte (che menomale che nel mio range cromatico esistono solo il bianco e il nero e qualche minima variazione di grigio) l’ennesimo trasloco. E il caldo il caldo il caldo.

E poi il lavoro (certamente) e l’operazione dell’uomo di casa che toglie in momenti cruciali le due braccia principali a tutto l’ambaradan.

Insomma un’ecatombe. Nessun aiuto dalle rispettive famiglie. Come di norma. Certi giorni ero così stanca che piangevo per il troppo stress. Mai sono stata così stanca così intensamente e inverosimilmente stanca, con il corpo e con la mente.

Però il peggio è passato. Da una decina di giorni abbiamo trovato rifugio in Puglia. Il mare è trasparente e quei minuti che passano dall’arrivo in spiaggia a Mic che reclama ogni attenzione sono pura pace. Poi iniziano il gioco e la giornata. Poco spazio ai pensieri e alle preoccupazioni.

E devo dire c’è questa cosa che a me la Puglia mi fa un effetto che mi rimette in circolo tutto il sangue al doppio della velocità e mi sale l’adrenalina della felicità, il buon umore, una sensazione di potenza e onnipotenza che mi fa mormorare tra me e me “andrà tutto bene andrà tutto beneâ€. Ora ci sono con mio figlio. Per la prima volta. E lo guardo e mi si apre il cuore a vederlo giocare nella mia sabbia.

E così nelle tre ore che lui mi regala quando crolla nel sonno pomeridiano sfinito dal mare dei bambini io riesco a tornare a scrivere. Finalmente anche solo col pensiero riesco a riprendere in mano i miei progetti, i miei racconti, il nuovo libro.

Sono solo tre ore eppure mi sembrano molte di più per l’energia che mi porto appresso.

Ho lasciato indietro tante cose negli ultimi tre mesi. Troppe. Alcune molto importanti, altre sono state le prime a cadere, forse non lo erano così tanto. La selezione naturale appare brutale ma estremamente efficace in questi casi.

Però c’è una cosa che mi dà il cruccio, a cui avrei voluto rispondere subito, a cui avrei voluto dar voce immediatamente, perché è un pensiero importante e tutti dovremmo rifletterci. Un post scritto da Francesca Sanzo, Panzallaria, la creatrice insieme ad altre donne di Donne Pensanti. Chiedeva a tutti noi di iniziare una RESISTENZA, una resistenza attiva ai modelli di pensiero stereotipati e unilaterali. Ci chiedeva di diventare PARTIGIANI del pensiero.

Mi è sembrata in quel momento di afa e stanchezza un’immagine bellissima. Noi partigiani e staffette in un paese che ancora una volta è finito nelle mani sbagliate. E nessuno di noi si può esentare. Ognuno deve partecipare, metterci qualcosa. Chi il pane, chi la bici, chi la salsiccia.

Diceva Francesca. Quando mia figlia mi chiederà Mamma cosa hai fatto tu per impedire tutto questo? Non voglio risponderle niente, io non ho fatto niente.

Nemmeno io, quando Michelangelo me lo chiederà. E allora immaginiamoceli i nostri figli, tutti insieme, tutti in fila, a guardarci, a interrogarci con gli occhi, con lo sguardo. Che cosa gli potremo rispondere? Stavo lavorando, guadagnando, traslocando, ristrutturando, risolvendo centomila problemi?

Non si tratta di trovare un’ alternativa politica. Quella  arriverà prima o poi, ormai è solo questione di qualche anno, uno due cinque.  Né di tirar su edifici come dopo una guerra. Quella che ci dobbiamo preparare a fare è una ricostruzione etica e culturale di questo paese. E’ questo che lasceremo ai nostri figli. E per fare questo non bastano cinque anni, ci vuole una vita, una generazione intera che si prende sulle spalle la responsabilità.

E siamo noi. Non è più possibile delegare agli altri. Dobbiamo pensare, parlare, discutere, unirci, trovarci. Spegniamo le televisioni, portiamo i nostri figli al cinema, a teatro, ad ascoltare musica a vedere una mostra. Raccontiamogli che cos’è il bello, che cos’è l’arte, la ricerca.  Programmiamo viaggi insieme a loro. Scopriamo popoli, usanze, cibi, gusti, lingue. Facciamo tutto questo da soli o con altre famiglie. Condividere le esperienze ci fa sentire meno soli e aiuta i bambini a stare insieme fin da piccoli.

E’ la spinta a ritrovare il pensiero, a uscire di casa, a scegliere di diventare attivi, e non più passivi. Sono certa che i risultati saranno lì molto prima di quanto pensiamo. Che i nostri figli capiranno la differenza, impareranno a scegliere da bambini e da giovani adulti tra il bello e il brutto. E’ un principio culturale che facilmente si trasforma in principio etico.

Dobbiamo intervenire ora. Dobbiamo diventare partigiani e mettere in atto la nostra resistenza. Non c’è più tempo da perdere. Mio figlio ha sedici mesi. Quando mi chiederà mamma ma tu cosa hai fatto per questo paese, non mi piacerà abbassare gli occhi e cercare una scusa. Preferirei mostrargli le cicatrici.

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silvia ferreri on agosto 6th 2010 in arte, figli, riflessioni

La Gelmini le donne normali e l’era dell’ottimismo

“Una donna normale deve certo dotarsi di una buona dose di ottimismo, per lei è più difficile, lo so; so che è complicato conciliare il lavoro con la maternità, ma penso che siano poche quelle che possono davvero permettersi di stare a casa per mesi. Bisogna accettare di fare sacrifici.†Maria Stella Gelmini, Corriere della Sera.

L’era dell’ottimismo. La chiamerei così questa nuova era, Signora Gelmini, mi ha dato una bella idea. L’era dell’ottimismo, come piaceva dire a un vecchio poeta delle lettere prestato a un centro commerciale (che per dircela tutta come immagine era quanto di meno ottimistico si potesse concepire). Ma d’altronde.

L’era dell’ottimismo allora. Chiamiamola così. Quest’era di crisi che segna la fine di prospettive di lavoro per maestre e operai, quest’era che abbassa ancora di più le aspettative riproduttive per famiglie il cui reddito prima precario ora è defunto. Qualche anno fa si facevano uno virgola due figli a testa, come dicevo in un mio documentario. Oggi credo meno. Perché quel poco di benessere e progettualità che due contratti precari permettevano a sposi allegri e appunto ottimisti, oggi manca. Anche grazie a lei. Non le voglio certo togliere il merito di questo.

Non le bastava però aver stangato migliaia di insegnanti e massacrato la scuola pubblica. Ha voluto dire la sua anche sulla maternità e sulle leggi che proteggono la donna lavoratrice madre.

Sono qui per questo signora Gelmini per ricordarle che quello straordinario testo unico di Legge del 2000, è il frutto di anni di lotte di donne e anche di uomini, cui lei Signora Gelmini dovrebbe essere grata come lo sono tutte le donne di questo paese. Perché grazie a quel testo unico, le donne sono protette dalla discriminazione e dal licenziamento, ma soprattutto cara signora sono protetti i bambini. Sono protetti dai datori di lavoro scellerati che vorrebbero le madri indietro quindici giorni dopo il parto e sono protetti dalle madri ancora più scellerate dei loro padroni che decidono di farlo. Per questo signora Gelmini il congedo parentale è un obbligo, perché non ci sia bambino o bambina che sia discriminato e che debba sentire la mancanza di sua madre nei primi mesi di vita a causa della mancanza di buon senso (cuore o cervello che sia). Peccato che proprio lei, signora Gelmini, ministro di questa nostra zoppicante repubblica abbia deciso di dare il cattivo esempio a questo paese tornando al lavoro ben prima di quanto le sarebbe permesso. Peccato che nessuno le faccia notare che sta infrangendo una legge dello stato, che sua figlia seppur figlia di un importante ministro, dovrebbe godere dello stesso privilegio che ogni neonato ha e che gli viene assicurato per legge: il diritto di stare con sua madre e di godere delle sue attenzioni nei i primi mesi della sua vita.

Le leggi si sa esistono per questa Maria Stella per evitare che qualche buontempone cada in tentazione facendo qualcosa che il buon senso dovrebbe proibire. Quando il buon senso non basta più allora menomale che qualcun altro ci pensa per noi.

Perché sa, se tutto si risolvesse come dice lei con l’ottimismo quanto meglio staremmo tutte quante. Potrebbe signora Gelmini provare a infonderci un po’ del suo ottimismo? Potrebbe regalarne di grazia un po’ alle donne che perdono il lavoro e la salute per via del mobbing al rientro della gravidanza? Potrebbe spargerne un po’ sulle precarie a cui non viene confermato il contratto dopo l’annuncio del prossimo lieto evento? O su quelle che di ottimismo purtroppo mancano (ma come si fa dico io) quando devono decidere di lasciare il lavoro perché il loro stipendio non basterebbe a coprire le spese della baby sitter essendo gli asili insufficienti? E si ritrovano disoccupate a casa a trent’anni magari dopo anni di studio e fatiche?

Maria Stella, il tuo nome stesso butta luce su di noi. Accetta i nostri sacrifici di donne normali, come ti piace chiamarci, e indicaci la via. Rispetta le leggi e proteggile, tu che godi di privilegi a cui noi donne normali non possiamo aspirare.

Perché non sia mai che da oggi in poi qualche datore di lavoro diciamo così un po’ gelminiano debba dire lo ha fatto lei lo puoi fare anche tu, o perchè non le venga in mente signora Maria Stella di pensare se lo faccio io lo possono fare anche le altre, e mettere magari la pulce nell’orecchio alla collega delle pari opportunità per rivedere in tempo di crisi la legge a protezione della maternità.

Perché dovessimo legarci in catene davanti al ministero con i nostri figli al collo questa signora Gelmini non gliela faremo passare mai. Poche cose sono intoccabili in Italia, e questa è una di quelle.

Ma intanto la ringraziamo davvero di aver fatto passare e sdoganato soprattutto davanti ai suoi colleghi maschi,  quel vecchio messaggio contro il quale noi donne normali da anni lottiamo, che il congedo di maternità sia una sorta di vacanza premio a cui il parto ti dà diritto, un privilegio appunto. Grazie davvero signora Maria Stella per aver distrutto in pochi secondi il lavoro e le conquiste di anni.

Il privilegio infatti non è più un diritto acquisito ma qualcosa che il potente dà e il potente toglie. Lei è potente e noi siamo donne normali. Grazie di avercelo  ricordato di nuovo.

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Il paese reale

Senza commento riporto semplicemente, l’editoriale di ieri  del direttore Concita De Gregorio e  di seguito un titolo di oggi del Resto del Carlino. La riflessione la lascio a voi, “paese reale”.

Pane e acqua

di Concita De Gregorio

Qualche volta mi è capitato di dimenticare le rette scolastiche. La mensa, soprattutto. Quando i figli sono tutti piccoli, bollettini diversi scadenze diverse: le portano a casa negli zaini dicono mamma tieni, uno appoggia distratto il pezzo di carta sulla mensola, poi magari non si trova più, si perde in mezzo ad altre carte. Si paga in ritardo, con la penale, senza decreti ovviamente, e finisce lì. La prossima volta si sta più attenti. Non si pensa mai – e questo dipende dal fatto, credo, che siamo cresciuti, la mia generazione è cresciuta in un Paese dove la scuola pubblica specie quella elementare era fantastica, la cura dei bambini un bene superiore condiviso – che le colpe dei padri possano ricadere sui figli. C’entrano anche certi insegnamenti primari, certo, tipo questo. Perciò non succede niente, se un padre dimentica di pagare una retta di certo la scuola farà in modo che il bambino non sia neppure sfiorato da un pensiero che non saprebbe concepire. Se – più grave, più triste – i genitori non possono, invece, pagarla, la scuola – il comune, l’ente pubblico, lo Stato – si fa carico della debolezza dei grandi e protegge i piccoli. È ovvio che quando i bambini si siedono a tavola, a mensa, devono avere nei piatti tutti la stessa pasta al sugo. Non c’è nemmeno bisogno di spiegare perché. Perciò ci saranno cose più gravi ma mi dispiace, non riesco a pensare ad altro che a quei nove bambini che lunedì si sono seduti ai piccoli tavoli spostando le piccole sedie, hanno aspettato che arrivasse come ogni giorno la signora con carrello e hanno visto la pasta nei piatti degli altri, il pane nel loro. Scuola elementare di Montecchio Maggiore, provincia di Vicenza. Il comune (Lega, Pdl) aveva avvisato: questa la spiegazione. Sette bimbi stranieri, due italiani: pane e acqua. Riuscite a immaginarvi di avere sei anni, sedervi a tavola coi compagni, vedervi porgere un pezzo di pane, la pasta nei piatti degli altri e i loro sguardi su di voi? Sentire il compagno che chiede «perché tu mangi il pane», e non sapere cosa rispondere? Provate ad andare a ritroso negli anni, a mettervi in quelle scarpe e quei grembiuli: che cosa fareste? Piangereste, restereste in silenzio, mangereste il panino, dareste una spinta al compagno rovesciando il piatto? Ma che paese siamo diventati? Ma cosa ci è successo? Ma come è possibile che abbiamo smarrito persino l’istinto a tutelare l’innocenza, la cura dello sguardo di un bimbo, il suo valore? Cosa ci stiamo a fare, di cosa parliamo se non sappiamo sentire e insegnare questo? Da dove possiamo ripartire se non da qui?

Il resto, tutto il resto, ne consegue. Mille posti in meno alla Fiat, altre mille famiglie che presto non potranno pagare le rette. Andate a cercare la notizia nei giornali, nei tg. Cercate bene, poi fateci sapere. A qualcuno interessa se da domani ci saranno mille posti di lavoro in meno? Non tocca mai a noi, non è vero? Sono storie di poveri, una minoranza. E se nostro figlio è compagno di banco e di classe dei nove a pane e acqua alla fine sarà meglio cambiargli scuola, che magari poi fa domande a cui non sappiamo rispondere. È così imbarazzante sentire i bambini che domandano perché. Diamogli la play station, così stanno zitti.

QN_24 marzo 2010

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silvia ferreri on marzo 24th 2010 in discriminazioni, figli, media, riflessioni

scuole e scuole

E’ di qualche giorno fa la notizia di genitori in coda dalle quattro del mattino davanti a una scuola elementare romana per iscrivere i figli. I posti, ridotti a 20 dopo la riforma,  erano tanto ambiti da rendere necessario un criterio di selezione naturale evidentemente più duro e da veri uomini rispetto a una semplice domanda con allegata dichiarazione dei redditi. Metodo peraltro a mio avviso assai poco indicativo in un paese ove vige la costante elusione fiscale e in cui le dichiarazioni dei redditi di certi sono più leggere di quelle dei loro dipendenti.

La scuola a tempo pieno è un diritto che già da qualche tempo (ricordate il governo Berlusconi precedente all’ultimo Prodi) viene messo in dubbio dai politici per così dire meno progressisti.

E la riforma Gelmini ha definitivamente portato a termine un progetto di vita, e non di scuola più volte tentato dalla destra italiana. Ovvero a pomeriggio i bambini restano a casa con le madri, la scuola chiude, e le donne sono costrette a lasciare il lavoro. Come vedete ci si guadagna da entrambe le parti: la socialità risparmia e il livello di disoccupazione si abbassa. Non fa una piega.

Qualche giorno fa mi sono trovata a una festa di figli di amici (di amici veri, non come dice la Denise di quelli che sei obbligata a frequentare per soddisfare il figliolo tiranno anche perché il mio ha dieci mesi e gli amici glieli scelgo ancora io J) insomma dicevo ero a una festa di compleanno del figlio di amici, mi sono seduta a far mangiare il mio pulcino e ho ascoltato un po’ di voci parole discorsi che salivano in qualche modo da quel baccano che sono trenta bambini che giocano corrono mangiano gridano ridono. E la maggioranza di questi genitori parlava guarda un po’ di scuola. E la maggioranza di questi genitori aveva guarda un po’ scelto scuole straniere.

Sono rimasta scioccata. Ho imparato più in un pomeriggio, che se avessi fato un seminario intensivo sulle scuole straniere a Roma. L’americana: la più costosa, prezzi altissimi, ma orario pieno e attività che vanno dalla ceramica alla narrazione (oltre le “solite†arti e tutti gli sport possibili sulla terra), l’inglese, costosissima anche lei, con quel tocco di classe in più che ancora un accento british può avere sui cugini americani, la svizzera quattro lingue in programma, la francese la dura e ambita Chateaubriand.

Ussantapace mi girava la testa.

Finchè una madre dice io la mando all’italiana, la carta igienica gliela metto in cartella insieme al cellulare perché il telefono della scuola è rotto e se succede un’ emergenza è bene che ogni bambino abbia con sé un portatile. Che non si sa mai.

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silvia ferreri on febbraio 3rd 2010 in figli, lavoro femminile, scuola

sulla maternità (risposta a denise su essere madri significa tra l’altro)

Cara Denise, mi chiedi di leggere il tuo scritto sulla maternità io lo faccio e ti dico la mia. Lo faccio qui perché a questo punto sebbene leggermente fuori tema rispetto al mio argomento credo che possa essere un soggetto di discussione. Ti ringrazio per aver posto la questione. Tu dici che scrivi cose impopolari, ma non è questo che m’interessa, piuttosto il dirti perché non sono d’accordo con te.

Non faccio parte della categoria di donne che la maternità è tutto bello rose e fiori, che io la panciona l’ho odiata da subito e mi sentivo la donna più brutta del mondo.  Sono ingrassata, i capelli mi si sono ammosciati, gli ormoni mi hanno portato fame e pianto alternati e pure insieme, e ho anche smesso di fumare, che ogni tanto pensavo quasi quasi un tiro me lo faccio ma poi resistevo.

Ancora oggi che il mio eroe ha dieci mesi, mi vedo sovrappeso, mi sfascio in piscina avanti e indietro per perdere altri dieci chili e la pancia è tuttora ripiegata su quel taglio (ma non doveva essere un taglietto?) che non viene proprio più su. E la gente che mi dice (di solito le commesse quando mi aggiro mesta per i negozi) sì però signora vuole mettere in cambio ha avuto questa meraviglia. Dico sì ascolti mio marito la meraviglia ce l’ha uguale.

No io devo dire che se potessi la fase pancione ma che bella pancia che tutti ma cacchio proprio tutti pure gli estranei in ascensore te la devono toccare perché porta bene ( ma scusate ma voi toccate gli estranei normalmente? no perché a me sta cosa mi mandava ai matti!) comunque io dicevo la fase pancione la salterei a piè pari. Direi che se potessi averne un altro bell’è fatto forse penserei al secondo. Ma un’ altra panza no, un’altra panza no. Che non ti vedi più i piedi e non riesci a metterti gli stivali (che tra la montagna e i piedi gonfi), quella lentezza quando esci dal corso in piscina per gestanti, la fatica che fai a rivestirti che in pratica il vero sport è quello, e non l’ora di nuoto che hai fatto prima.

Per cui passiamo avanti,  fino alla nascita io rose e fiori non ne ho visti e se mulini bianchi ci sono stati devo essermici seduta sopra con i miei settantacinque chili e forse sono finiti sgretolati.

Non so se considerarmi una donna di mezza cultura (mia madre ha pagato perché ne avessi una intera ma non è detto che i suoi sforzi siano riusciti) e non è vero che non desideravo ALTRO che essere madre, (nel senso che nella vita desidero molte cose, tra cui continuare ad amare l’uomo che amo e il mio lavoro) ma non ci crederai quando parlo di mio figlio gli occhi prendono quella strana forma a cuoricino che dici tu, ballonzolano da una parte all’altra del cranio, e comincio a balbettare qualcosa a proposito dei pochi neuroni che mi sono rimasti dopo quell’evento straordinario che ha travolto la mia vita.

Per cui tenterò di rispondere brevemente ai punti che poni su “essere madre significa anche”…

Dover coltivare relazioni che non si sono scelte. Non lo so il bambino è molto piccolo dunque per ora decido io. In futuro chi lo sa, ma conoscendo me e Giancarlo sarà difficile, molto difficile che frequenteremo persone che non ci piacciono. Semmai allarghiamo la cerchia delle persone che ci piacciono.

Sono tutti pronti a dire la propria. Yeahh viviamo lontani da entrambe le famiglie e le vediamo abbastanza perché vedano crescere felici l’adorato nipotino, ma non abbastanza perché abbiano il tempo per dire ma hai messo al bambino una tutina nera, ma dai ma non si veste il bambino di nero. Di solito quando arriviamo a questo punto noi siamo già sul treno con le manine in aria a salutar.

Rinunciare a viaggiare in appagante solitudine. Ho rinunciato a viaggiare in appagante solitudine dopo l’ultimo viaggio in Brasile (in solitudine appunto) poi ho conosciuto mio marito e ho capito che in solitudine non mi sarebbe più andato di fare niente, perché che gusto c’era senza di lui? In India da sola dunque non mi viene proprio in mente, con i miei ometti appena lui sarà abbastanza grande da reggersi da solo su un elefante perché no?

Doversi appoggiare agli altri e chiedere costantemente aiuto. Aiuto non ne chiedo a nessuno, ho una tata meravigliosa fino alle due, che mi costa poco più di un asilo. Di pomeriggio ci organizziamo tra noi. Per il resto non sento di dover rendere pubbliche le mie opinioni né i miei stili di vita, che peraltro non  ho cambiato di una virgola da quando abbiamo avuto il bambino. Usciamo, andiamo a cena, facciamo cene a casa almeno una volta a settimana, viaggiamo molto. Il bambino è felice, noi siamo felici. Perché qualcuno dovrebbe dirmi come vivere?

Dover escludere progetti di vita considerati destabilizzanti per il piccolo. Ciò che escludo decisamente non sono progetti che altri considerano destabilizzanti ma ipotesi di allontanamento per lunghi periodi che mi porterebbero a soffrire talmente tanto la mancanza della mia famiglia da rendere inutile qualsiasi altra cosa.

E sulla depressione, lo so sono fortunata, non perché non ci sia passata ma perché mio figlio è sempre stato un bambino molto tranquillo che non ha mai pianto drammaticamente se non per piccole necessità che una volta soddisfatte lo facevano tornare allegro. Saper parlare della depressione dipende anche da noi.

Dover riprendere la forma è pesante e seccante, vero. Io avevo la taglia 40, in gravidanza ho preso diciassette chili, ma il meglio l’ho dato in allattamento, che il bambolotto mangiava come un ossesso e io sono passata da Kate Moss a Pamela Anderson tutto in una notte. Per i nove mesi dopo la nascita io invece di dimagrire continuavo a mettere peso. Certo quando produci un litro e mezzo di latte al giorno. Cicciona e sfatta. Felice? Col cavolo. Però pensavo quanto durerà? Pochi mesi, poi smetterò e tornerò come prima. Certo quando la signora di turno (perché è capitato anche a me) mi ha fatto le congratulazioni l’ho incenerita e ho ringhiato ho già fatto signora, è già nato. Ma non ho mai pensato che allattare fosse un limite alla mia libertà di movimento. Anzi dove andavo io veniva lui e con quale ostentatezza sventolavo la mia (per una volta nella vita) tettona per nutrire l’esserino.

Ai tutti quelli che volevano vedere il bambino ho dato degli orari e dopo la prima volta che me lo hanno strappato di mano (perché succede) ho escogitato (su consiglio della mia super pediatra) sistemi di difesa da leonessa che vi giuro nessuno ci si è più provato.

E credo anch’io che durante i primi mesi possa verificarsi qualche limite intellettuale, con le mie amiche qualche volta facciamo la conta dei neuroni. Ma anche quelli torneranno. A detta delle mie mamme di riferimento, torneranno. E in fondo basta vedere quante donne meravigliose sono diventate madri e  hanno comunque prodotto il fior fiore della cultura femminile.

Dunque come vedi, cara Denise, non sono d’accordo con te, ma soprattutto non sono d’accordo quando dici che da madri si è costrette a vivere nel conformismo e nella  medietà più volgari. Questo non dipende e non dipenderà mai dalla nascita di un bambino, è tutto frutto della nostra personalità e della nostra formazione.

Non c’è un giorno della mia vita che io abbia regalato al conformismo e alla medietà. Quando ho sentito che poteva accadere ho tagliato corde e cordoni di cose e persone e ho spinto via zavorre. E mio figlio non è solo il destinatario di tutta la mia energia ma anche la pura fonte, come una centrale che si autoalimenta ad amore per produrne altrettanto. E’ impossibile descrivere a parole il movimento che fa il mio cuore quando vedo il suo sorriso la mattina.

Altro è non desiderare figli. Se così è bisogna avere il coraggio di accettarlo, senza provarci, perché non è che dopo si può tornare indietro, perché allora sì che si finisce ad essere infelici e a sopportare dei bambini non voluti che con la nostra pena c’entrano davvero poco. E anche questo mi sembra un argomento da considerare.

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silvia ferreri on gennaio 27th 2010 in figli, gravidanza, maternità, riflessioni

gravidanza a parigi

Sono arrivata a Parigi ieri. Questa mattina, la prima cosa che ho fatto è stato vestire Michelangelo e uscire per andare a trovare Madame Carricaburu.

Madame Carricaburu è una puericultrice, la mia puericultrice. Durante tutta la mia gravidanza che è trascorsa a Parigi è stata colei che si è presa cura di me e del mio nuovo stato.

Il numero me lo avevano dato in Comune, insieme a una serie di altri servizi per donne e bambini di cui la Mairie si occupa. Lì funziona così, sono incinta, vado in Comune ed esco dall’ufficio informazioni con un pacchetto di depliant stile MoaCasa.

Avevo lasciato un messaggio sulla segreteria e appena due ore dopo mi aveva richiamato. Bonjour, bonjour, je suis madame Carricaburu (cacchio esiste davvero) una voce seria ma dolce dolce dall’altra parte (emozione). Mi dica di cosa ha bisogno, sono incinta, è la prima gravidanza e come sente sono straniera dunque non solo non so un accidenti di gravidanze ma non so nemmeno un accidenti sul sevizio sanitario francese. Bene vengo da lei nel pomeriggio, mi dice.

Pausa.

Mais je ne suis pas malade, non sono malata dico io. La gravidanza va bene, posso uscire. Lei allora aveva riso. E’ un suo diritto, non deve essere malata per usufruirne. A che ora preferisce che passi?

Alla fine non avevo accettato. Avevo deciso di andare io al suo ufficio. Farle perdere anche il tempo per una visita domiciliare mi sembrava troppo. Ero già abbastanza stupita/grata (nell’ordine) che il numero fosse attivo e funzionante, che dall’altra parte ci fosse una persona e non un’ impiegata/segreteria telefonica, che mi avesse richiamata nel giro di pochissimo tempo.

Il suo ufficio si trova a Boulevard Raspail a cento metri da casa mia in Rue St Placide. E’ bella Madame Carricaburu come una damina dell’ottocento, minuta e con un visino un po’ a punta. La sua voce rispecchia la prima impressiona telefonica, serietà e dolcezza. E mi spiega tutto, tutto, tutto quello che c’è da sapere quando sei incinta e nessuno te lo ha spiegato prima. Diciamo dal passo successivo ai fiori e le api. Mi chiede se ho un ospedale, le dico di sì, che sono stata presa in carico da un grande ospedale della zona, molto buono dice lei, ma io non mi ci trovo affatto bene perché è una grande struttura dove il personale è sbrigativo per via della grande affluenza e io non mi sento del tutto a mio agio sia per via della lingua che dell’inesperienza a livello gravidico diciamo.

E’ subito pratica Madame Carricaburu, pensa, cerca numeri, fa un paio di telefonate e infine mi dice che c’è un altro ospedale, piccolo e accogliente, una struttura antica nelle mura ma modernissima nella medicina. Proviamo lì, mi dice decisa. Chiama, spiega la tua situazione, dì che hai parlato con me, intanto chiamo anch’io per preavvisarli. Dopo pochi giorni vengo presa in carico dal nuovo ospedale che seguirà tutta la mia gravidanza: Notre Dame de bon Secours. Chiamo felice la mia Carricaburu per dirglielo.

Inizia la mia gravidanza parigina.

Vado da lei piuttosto di frequente, anche senza necessità vera, anche senza niente da chiederle. Ci vado perché mi fa stare bene, perché mi mette tranquillità, mi fa sentire che ogni cosa è sotto controllo. Parliamo di tutto io la mia Carricaburu, le racconto la mia preoccupazione, le mie ansie. Le dico ho paura che quando sarà il momento il mio francese mi tradira’: non ti preoccupare, tutto quello che ti serve lo suggerirà l’istinto e  tutt’al più  souffle, pousse e respire andranno benissimo.

E’ paziente Madame Carricaburu, ascolta il mio francese zoppicante ed emozionato. Per tutto ha una risposta per ogni cosa un consiglio. Controlla la lista dalla maternità: depenna il trenta per cento delle cose richieste in ospedale, mi dice quello che realmente serve, dove comprarlo, dove si spende meno, le taglie delle tutine, lascia perdere la taille naissance potresti non usarla mai, passa direttamente al primo mese. Parliamo dell’allattamento, la mia paura di non farcela, il sentirmi anche in quello inadeguata. Mi dà consigli e soprattutto ascolta, ma poi torna alla sua praticità, tira fuori il campioncino di una crema e mi dice se usi questa dal primo all’ultimo giorno ce la farai senza problemi.

Mi fermo a osservarla sulla porta, prima di andare via, con la donna successiva, una signora di colore, pancione grande davanti e bimbo piccolo dallo sguardo basso per mano.

Si occupa del piccolo per prima cosa, lo fa sedere su una sediolina blu e viola e gli porge grandi fogli con colori a volontà. Poi accoglie la mamma che finalmente tira un sospiro e allora mi chiudo la porta alle spalle.

E’ una piccola grande donna Madame Carricaburu, che uno stato attento e civile ha incaricato per suo tramite di dare accoglienza e aiuto alle donne in uno dei periodi più difficili ed emotivamente faticosi della loro vita.

Diciamo che è almeno una delle ragioni per cui in Francia si fanno più figli che in Italia, la mia Carricaburu.

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silvia ferreri on gennaio 15th 2010 in figli, francia, gravidanza

castelli di rabbia

Non so come si chiami lei, devono averlo detto quando l’hanno presentata in trasmissione ma non ci ho fatto caso. E’ siciliana, ha trentasette anni ed è precaria da sempre nella scuola, sposata con un precario, con due figli che certo di stabilità devono sentirne ben poca. La sua famiglia vive grazie all’aiuto dei suoi suoceri.

Seguo il tutto in modo vago, con la testa nel computer e un orecchio sempre teso alla camera in direzione culla. Una frase, però, mi colpisce tanto da farmi alzare gli occhi e fermarmi lì, “Io un futuro non ce l’ho piùâ€. La capisco questa frase, ma la capisco ora. Significa che a trentasette anni, quando credi che le cose non si aggiusteranno mai, quando non ci speri più, la forza te la dà solo la speranza che qualcosa possa cambiare per i tuoi figli. Dunque si fa ancora più amaro il sottotesto perché è “Io un futuro non ce l’ho più, però lotto perché ce l’abbiano loroâ€

A trentasette anni è morire dentro. E’ un livello di disperazione assoluto.

A gamba tesa in quest’afflizione, interviene con tono aspro, (in difesa di chissà quale principio secondo il quale non è dignitoso parlare dei problemi del quotidiano vivere e sopravvivere) un parlamentare della Repubblica, un uomo che noi paghiamo lautamente e profumatamente per risolvere in primis problemi come questo.

Bene, questo signore, un galantuomo certo, strilla alla poverina che è il caso che smetta di lamentarsi, che nella vita a lamentarsi sempre non si ottiene niente, che lui è arrivato grazie alla sua volontà e che era uso alzarsi e uscire nella nebbia padana per raggiungere i suoi clienti alle cinque del mattino. Quali clienti raggiungesse a quell’ora non è dato saperlo, ma intanto beato lui che clienti (di qualunque tipo)e lavoro ne aveva.

Lei gli risponde che il lavoro lei lo vorrebbe ma purtroppo una riforma recente glielo ha levato e che in Sicilia non trova lavoro nemmeno come shampista. E che comunque la scuola si è immiserita se certe classi ormai sono diventate quasi dei pollai con trenta bambini e più.

Allora lui, tronfio del gran coraggio che ci vuole a mordere una donna fuori dal suo ambiente, non vede l’ora di rubarle la scena e divertendosi e credendo di divertire dice che ai suoi tempi le classi erano di quaranta allievi e che se è andato bene per loro (sessant’anni fa) andrà bene anche per i nostri figli.

E infine, non contento, davanti all’incredulità della donna, il nostro parlamentare sfodera il meglio del suo repertorio artistico cabarettistico: “Guardi che sono un precario anch’io, non c’ho il posto fissoâ€. E giù risate. (Sue).

Ecco.

Se un limite ancora si poteva varcare si è varcato e  nel modo più volgare e rozzo possibile, prendendosi gioco di una donna, una madre, una lavoratrice, un’insegnante che per questo paese (già solo per queste ragioni) ha fatto molto, molto molto  di più di quanto lei signor Castelli abbia fatto in tutta la sua vita politica e non.

Si vergogni, si vergogni e chieda scusa, alla signora, alle donne, alle madri, alle insegnanti, alle precarie. E se non ha il coraggio di scusarsi allora si dimetta e ritorni ai suoi traffici sbiaditi dalle nebbie lombarde, ai suoi clienti della bassa padana, e lasci a questo paese e alle sue donne almeno la dignità.

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silvia ferreri on gennaio 8th 2010 in lavoro femminile, media

bilanciamenti

Sono giorni di bilanci questi. Credo capiti a tutti noi durante i primi giorni dell’anno, di riflettere, di sedersi a scrivere, di riordinare i pensieri sull’anno precedente: di fare i conti insomma di entrate e uscite. Una specie di partita doppia delle emozioni. Per me l’anno appena finito è stato un anno pazzesco: pieno, denso, duro e meraviglioso tutto insieme.

E’ l’anno in cui sono tornata da Parigi, l’anno in cui ho partorito mio figlio, l’anno in cui il mio agente italiano (quello che mi aveva cercata, voluta, pregata, corteggiata) mi ha candidamente scaricata come un baule vecchio.  Ovviamente le ultime due cose sono avvenute esattamente in quest’ordine: bambino-scaricamento.

E così anch’io senza colpo ferire mi sono ritrovata catapultata in quella disgraziata casistica delle donne discriminate dopo un figlio.  Come dire,  fino a oggi ne avevi parlato perché te lo avevano raccontato, ora sai che vuol dire. Certo non è come perdere il lavoro ma è ugualmente brutto, ve lo posso assicurare.

Perché in un secondo sei out. Tu che eri sempre stata in, che eri ancora tra le giovani, che eri ancora utile, che eri ancora bella, che eri ancora divertente, audace, spiritosa, lanciata verso il futuro, a un tratto sei: finita. Di te si parla al passato.

Non sei più bella, né giovane, né magra. Sei l’opposto di tutto. E non importa quando ti dicono che tornerai come prima che tutto si aggiusta che è solo un breve momento della vita. In quel preciso momento crederci non è dovuto. In futuro sì lo sarà, ma in quel momento no, e non c’è niente da fare.

L’esserino che ti spunta accanto da sotto le lenzuola, che è  e sarà da lì in poi la faccenda più importante della tua vita tampona a cerotto il sangue che ti cola. E’ l’unico gancio con la vita. E’ la vita stessa.

Al mio ex agente oggi vorrei dire “grazieâ€. Un caro, sincero e schietto “grazieâ€. Per essere stato indiscutibilmente tra le persone più stronze che la vita mi abbia dato di conoscere.

E perché, come dice mia madre, ogni donna ha bisogno di incontrare uno stronzo così nella sua vita. Senza non si rinasce. Si pattina. Quando invece ne incontri uno tale, di tale peso in tutti i sensi, ti ricordi di come si fa, di quanto ci vuole, della fatica che ci metti: a inciampare, cadere, romperti i denti, tirarti su e rialzare lo sguardo.

A lui, a quelli come lui e alla loro infinita tristezza dedico la fine dell’anno appena passato, che ai tempi di mia nonna era un fantoccio vestito di stracci che si bruciava nel mezzo della corte.

Il bilancio per me tutto sommato è molto positivo. Per loro chissà.

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silvia ferreri on gennaio 6th 2010 in discriminazioni, riflessioni, vita quotidiana

una madre

Ninetta è una donna di Niscemi che quattordici anni fa ha perso un figlio. Lo ha perso in ogni senso della parola. Lo ha perso un giorno che lui non è più rientrato. Lo ha perso perché lo hanno creduto morto. E lo ha perso perché lo hanno creduto colpevole.

Lo cerca per anni Ninetta, questo suo figlio, lo cerca nella disperazione e nella speranza che non muore mai  perché se no sei morta anche tu. E comincia una battaglia Ninetta per difenderlo, questo suo figlio scomparso, dal peso delle dicerie e delle accuse, che se tuo figlio te lo hanno ammazzato qualche cosa c’entrava pure lui.

Per 14 anni, le sue battaglie sono state due: quella per non morire ammazzata dal dolore e quella per non far morire lui di nuovo sotto il peso della menzogna.

Finchè un pentito, collaboratore di giustizia lo dice finalmente che Pierantonio non c’entrava, si era trovato per caso lui a vedere qualcosa che non doveva vedere, per questa ragione era stato ammazzato.

A Ninetta dopo 14 anni le hanno ridato la verità, l’unica cosa che le restava dopo che le campagne avevano restituito i resti del suo ragazzo.

C’era anche lei ai tre giorni di Contromafie, gli Stati generali dell’antimafia. E quando Don Ciotti l’ha salutata dal palco e lei si è alzata in piedi, una folla di mani si è alzata attorno a lei, un calore umano che l’ha circondata e portata in alto in un volo ideale sopra le nostre teste e poi l’ha riappoggiata giù, leggermente, lì al suo posto in mezzo alla gente, in mezzo a noi.

Si è emozionato Don Ciotti a quell’applauso, la cercava con gli occhi, con la vista. E appena l’applauso è scemato le ha detto dolcemente “Hai visto Ninetta come ti vogliono bene  tutti?

Sì è vero, vogliamo bene alla Ninetta. Perché è un grande esempio di donna, di madre, come altre ce ne sono state in quella regione e in tutto il paese che lottano per la difesa dei propri figli e della legalità.

Lo ringrazia spesso Don Ciotti lei. Senza di lui, dice, non ce l’avrei fatta. E lo ringraziamo anche noi.

Sono uscita dall’Auditorium intorno all’una e mezza nel sole pieno della caldissima domenica romana e ho attraversato il Tevere a piedi in direzione del centro, per andare a votare alle primarie. Nei dieci minuti di cammino che mi separavano da Via dei Giubbonari ho ripassato mentalmente i programmi dei tre candidati e ancora non riuscivo a convincermi per chi votare. Nessuno mi convinceva fino in fondo, nessuno mi aveva travolto come quella mattina aveva fatto Don Ciotti.

E rimuginando finalmente ho capito. Il vero leader è lui. E’ lui che trascina i popoli, che profuma di libertà, di verità, di purezza. E’ lui che sta con la gente, che la chiama per nome, che la guarda con attenzione e la ascolta. E’ lui che non è mai stato travolto da uno scandalo, che vive allo stesso livello delle persone comuni, che lotta con tutte le sue forze per la legalità.

Lui è l’uomo per cui avrei voluto votare ieri. Tutto il resto è politica.

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silvia ferreri on ottobre 26th 2009 in figli, riflessioni

io voglio il lavoro

Sono stata ieri sera a guardare Annozero, più colpita del solito, più amareggiata di sempre. Abbiamo lasciato indietro i sensi di colpa, le velleità, i desideri di carriera, abbiamo lasciato indietro i giorni con i nostri figli, abbiamo fatto tutto a metà credendo di far bene con una voce che invece continuamente ci petulava di far male. Abbiamo convissuto con i dubbi e la coscienza mezza pulita e mezza candida per poter continuare a lavorare e realizzarci e nello stesso tempo essere madri. Buone chissà.

Dopo tutto questo ci vengono a dire, ci dispiace ma non c’è più posto, non c’è più denaro, non c’è più niente da fare. E tu resti lì a chiederti nell’ordine.

Ma dopo tutto questo sacrificio non resta proprio nulla? Niente di niente?

Scusate un attimo fatemi passare, vorrei parlare, ecco sì io vorrei dire (se le lacrime me lo consentono) scusate…ma a me ora chi me li ridà tutti i giorni, i minuti, i momenti che io ho perso con i miei figli con la mia famiglia? Chi mi ridà quello a cui ho rinunciato per continuare ad avere un lavoro?

Io per questo lavoro ho sacrificato tutto, tutto tutto ciò che un essere umano può dare, tutto ciò che di più importante una madre ha: vedere crescere i propri figli.

Per questo diceva una donna ieri sera in trasmissione, io non voglio la cassa integrazione, io non voglio l’assistenza, io non voglio la mobilità.

Io voglio il lavoro.

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silvia ferreri on ottobre 23rd 2009 in lavoro femminile, media

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