castelli di rabbia

Non so come si chiami lei, devono averlo detto quando l’hanno presentata in trasmissione ma non ci ho fatto caso. E’ siciliana, ha trentasette anni ed è precaria da sempre nella scuola, sposata con un precario, con due figli che certo di stabilità devono sentirne ben poca. La sua famiglia vive grazie all’aiuto dei suoi suoceri.

Seguo il tutto in modo vago, con la testa nel computer e un orecchio sempre teso alla camera in direzione culla. Una frase, però, mi colpisce tanto da farmi alzare gli occhi e fermarmi lì, “Io un futuro non ce l’ho più”. La capisco questa frase, ma la capisco ora. Significa che a trentasette anni, quando credi che le cose non si aggiusteranno mai, quando non ci speri più, la forza te la dà solo la speranza che qualcosa possa cambiare per i tuoi figli. Dunque si fa ancora più amaro il sottotesto perché è “Io un futuro non ce l’ho più, però lotto perché ce l’abbiano loro”

A trentasette anni è morire dentro. E’ un livello di disperazione assoluto.

A gamba tesa in quest’afflizione, interviene con tono aspro, (in difesa di chissà quale principio secondo il quale non è dignitoso parlare dei problemi del quotidiano vivere e sopravvivere) un parlamentare della Repubblica, un uomo che noi paghiamo lautamente e profumatamente per risolvere in primis problemi come questo.

Bene, questo signore, un galantuomo certo, strilla alla poverina che è il caso che smetta di lamentarsi, che nella vita a lamentarsi sempre non si ottiene niente, che lui è arrivato grazie alla sua volontà e che era uso alzarsi e uscire nella nebbia padana per raggiungere i suoi clienti alle cinque del mattino. Quali clienti raggiungesse a quell’ora non è dato saperlo, ma intanto beato lui che clienti (di qualunque tipo)e lavoro ne aveva.

Lei gli risponde che il lavoro lei lo vorrebbe ma purtroppo una riforma recente glielo ha levato e che in Sicilia non trova lavoro nemmeno come shampista. E che comunque la scuola si è immiserita se certe classi ormai sono diventate quasi dei pollai con trenta bambini e più.

Allora lui, tronfio del gran coraggio che ci vuole a mordere una donna fuori dal suo ambiente, non vede l’ora di rubarle la scena e divertendosi e credendo di divertire dice che ai suoi tempi le classi erano di quaranta allievi e che se è andato bene per loro (sessant’anni fa) andrà bene anche per i nostri figli.

E infine, non contento, davanti all’incredulità della donna, il nostro parlamentare sfodera il meglio del suo repertorio artistico cabarettistico: “Guardi che sono un precario anch’io, non c’ho il posto fisso”. E giù risate. (Sue).

Ecco.

Se un limite ancora si poteva varcare si è varcato e  nel modo più volgare e rozzo possibile, prendendosi gioco di una donna, una madre, una lavoratrice, un’insegnante che per questo paese (già solo per queste ragioni) ha fatto molto, molto molto  di più di quanto lei signor Castelli abbia fatto in tutta la sua vita politica e non.

Si vergogni, si vergogni e chieda scusa, alla signora, alle donne, alle madri, alle insegnanti, alle precarie. E se non ha il coraggio di scusarsi allora si dimetta e ritorni ai suoi traffici sbiaditi dalle nebbie lombarde, ai suoi clienti della bassa padana, e lasci a questo paese e alle sue donne almeno la dignitĂ .

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silvia ferreri on gennaio 8th 2010 in lavoro femminile, media

i sogni e la fiducia

Il 9 di dicembre sono stata invitata a parlare di lavoratrici scoraggiate in un seminario a Nuoro in Sardegna. L’incontro, organizzato da una delle consigliere di parità più attive ed energiche del territorio italiano Laura Lampis,  si teneva nell’aula magna di  una scuola superiore.

Il pubblico era in gran parte formato da giovani donne in quell’età meravigliosa che esce dall’adolescenza e porta all’età adulta. L’età che più di ogni altra coincide con il coraggio con l’energia con quella sensazione di potere assoluto di avere il mondo in mano e una vita infinita davanti.

Gli ho raccontato di quando qualche anno fa fui invitata a parlare in un contesto simile davanti ad alcuni studenti a Roma. Insieme a me c’erano una giovane scrittrice già nota e un giovane regista. Uno studente chiese a che età secondo noi, si dovevano lasciare le speranze di poter fare il lavoro scelto, fino a che età insomma era consentito sognare?

Un età, un limite, chi la può indicare? A trent’anni? A quaranta? E’ uguale per gli uomini e per le donne oppure cambia come la pensione? I miei affermati colleghi mi accusarono di dare false speranze ai ragazzi affermando che se a un certo punto uno non ce l’aveva fatta sarebbe stato meglio cambiare direzione. Ma chi lo decide replicai io? Chi lo può sapere? Come considerare le mille variabili nella vita di una persona che la possono aiutare o impedire nella realizzazione del suo sogno, del suo mestiere?

Questo ho voluto dire a quelle giovani donne che mi ascoltavano: non smettere di cercare la propria strada è già una vittoria.

Perché per una volta scoraggiate non significa senza coraggio ma senza fiducia.

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silvia ferreri on dicembre 15th 2009 in lavoro femminile

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