sui generis

Sui Generis è una manifestazione dedicata a donna e lavoro: per le pari opportunitĂ  in economia, politica e famiglia.Si tiene a Mantova da oggi fino all’8 di Maggio. Il video di presentazione è interessante e ben fatto. Peccato non aver saputo prima di questa manifestazione alla quale forse potevamo partecipare e dare qualche spunto. Chi ne ha qualche notizia in piĂą ci faccia sapere.

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silvia ferreri on maggio 6th 2010 in lavoro femminile, madri lavoratrici, pari opportunitĂ 

La Gelmini le donne normali e l’era dell’ottimismo

“Una donna normale deve certo dotarsi di una buona dose di ottimismo, per lei è più difficile, lo so; so che è complicato conciliare il lavoro con la maternità, ma penso che siano poche quelle che possono davvero permettersi di stare a casa per mesi. Bisogna accettare di fare sacrifici.” Maria Stella Gelmini, Corriere della Sera.

L’era dell’ottimismo. La chiamerei così questa nuova era, Signora Gelmini, mi ha dato una bella idea. L’era dell’ottimismo, come piaceva dire a un vecchio poeta delle lettere prestato a un centro commerciale (che per dircela tutta come immagine era quanto di meno ottimistico si potesse concepire). Ma d’altronde.

L’era dell’ottimismo allora. Chiamiamola così. Quest’era di crisi che segna la fine di prospettive di lavoro per maestre e operai, quest’era che abbassa ancora di più le aspettative riproduttive per famiglie il cui reddito prima precario ora è defunto. Qualche anno fa si facevano uno virgola due figli a testa, come dicevo in un mio documentario. Oggi credo meno. Perché quel poco di benessere e progettualità che due contratti precari permettevano a sposi allegri e appunto ottimisti, oggi manca. Anche grazie a lei. Non le voglio certo togliere il merito di questo.

Non le bastava però aver stangato migliaia di insegnanti e massacrato la scuola pubblica. Ha voluto dire la sua anche sulla maternità e sulle leggi che proteggono la donna lavoratrice madre.

Sono qui per questo signora Gelmini per ricordarle che quello straordinario testo unico di Legge del 2000, è il frutto di anni di lotte di donne e anche di uomini, cui lei Signora Gelmini dovrebbe essere grata come lo sono tutte le donne di questo paese. Perché grazie a quel testo unico, le donne sono protette dalla discriminazione e dal licenziamento, ma soprattutto cara signora sono protetti i bambini. Sono protetti dai datori di lavoro scellerati che vorrebbero le madri indietro quindici giorni dopo il parto e sono protetti dalle madri ancora più scellerate dei loro padroni che decidono di farlo. Per questo signora Gelmini il congedo parentale è un obbligo, perché non ci sia bambino o bambina che sia discriminato e che debba sentire la mancanza di sua madre nei primi mesi di vita a causa della mancanza di buon senso (cuore o cervello che sia). Peccato che proprio lei, signora Gelmini, ministro di questa nostra zoppicante repubblica abbia deciso di dare il cattivo esempio a questo paese tornando al lavoro ben prima di quanto le sarebbe permesso. Peccato che nessuno le faccia notare che sta infrangendo una legge dello stato, che sua figlia seppur figlia di un importante ministro, dovrebbe godere dello stesso privilegio che ogni neonato ha e che gli viene assicurato per legge: il diritto di stare con sua madre e di godere delle sue attenzioni nei i primi mesi della sua vita.

Le leggi si sa esistono per questa Maria Stella per evitare che qualche buontempone cada in tentazione facendo qualcosa che il buon senso dovrebbe proibire. Quando il buon senso non basta piĂą allora menomale che qualcun altro ci pensa per noi.

Perché sa, se tutto si risolvesse come dice lei con l’ottimismo quanto meglio staremmo tutte quante. Potrebbe signora Gelmini provare a infonderci un po’ del suo ottimismo? Potrebbe regalarne di grazia un po’ alle donne che perdono il lavoro e la salute per via del mobbing al rientro della gravidanza? Potrebbe spargerne un po’ sulle precarie a cui non viene confermato il contratto dopo l’annuncio del prossimo lieto evento? O su quelle che di ottimismo purtroppo mancano (ma come si fa dico io) quando devono decidere di lasciare il lavoro perché il loro stipendio non basterebbe a coprire le spese della baby sitter essendo gli asili insufficienti? E si ritrovano disoccupate a casa a trent’anni magari dopo anni di studio e fatiche?

Maria Stella, il tuo nome stesso butta luce su di noi. Accetta i nostri sacrifici di donne normali, come ti piace chiamarci, e indicaci la via. Rispetta le leggi e proteggile, tu che godi di privilegi a cui noi donne normali non possiamo aspirare.

Perché non sia mai che da oggi in poi qualche datore di lavoro diciamo così un po’ gelminiano debba dire lo ha fatto lei lo puoi fare anche tu, o perchè non le venga in mente signora Maria Stella di pensare se lo faccio io lo possono fare anche le altre, e mettere magari la pulce nell’orecchio alla collega delle pari opportunità per rivedere in tempo di crisi la legge a protezione della maternità.

Perché dovessimo legarci in catene davanti al ministero con i nostri figli al collo questa signora Gelmini non gliela faremo passare mai. Poche cose sono intoccabili in Italia, e questa è una di quelle.

Ma intanto la ringraziamo davvero di aver fatto passare e sdoganato soprattutto davanti ai suoi colleghi maschi,  quel vecchio messaggio contro il quale noi donne normali da anni lottiamo, che il congedo di maternità sia una sorta di vacanza premio a cui il parto ti dà diritto, un privilegio appunto. Grazie davvero signora Maria Stella per aver distrutto in pochi secondi il lavoro e le conquiste di anni.

Il privilegio infatti non è più un diritto acquisito ma qualcosa che il potente dà e il potente toglie. Lei è potente e noi siamo donne normali. Grazie di avercelo  ricordato di nuovo.

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Robe dell’altro mondo

Michelangelo si è appena calmato. Canta quando la tartaruga gigante (mica vera di plastica) che cerca di azzannare glielo permette. Ma fino a poco fa non era così.

Andiamo a ritroso.

Si prospetta una settimana difficile difficile.

Insomma per chi non lo sa ancora (visto che in pratica l’ho detto a mezzo mondo) la nostra padrona di casa tra una settimana esatta ci caccia. Sì esatto ci manda via con bambino culla e tutto. Mi serve casa, il contratto è finito, fuori dalle palle. A nulla sono servite le nostre richieste che sono diventate preghiere che sono diventate suppliche di lasciarci qui altri tre mesi. Niente. Trovatevi un altro posto, di storie di gente con bambini in una mangiatoia ce ne sono a  iosa. Direte voi ma perché non vi siete cercati un’altra casa da prima? Ci abbiamo provato. Ma avendo noi un appartamento che sarà disponibile a settembre nessuno dico nessuno in questa città ci affitta una casa per così pochi mesi. Tutti si chiedono perché ne avete bisogno per così poco, chi non se lo chiede ci dice di no a priori perché siamo residenti e nessuno crede alla storia della fine del contatto e dell’attesa della nostra agognata e sospirata casa.  In pratica Bonnie e Clyde occupacase de noartri.

Insomma in questo semi delirio (lunedi prossimo dobbiamo traslocare!) questa si prospetta decisamente una settimana difficile.

E comincia così. Alle sei di questa mattina Michelangelo si sveglia. Mi alzo e gli faccio il latte, il padre glielo dà e lo rimette a nanna. Loro si riaddormentano subito. Io alle sette e mezza.

Alle otto svizzere precise attacca il martello pneumatico che buca la strada sotto la finestra della nostra camera da letto (al primo piano), strada per altro in cui da una settimana non si può parcheggiare per i lavori e che ha reso la ricerca di un posto macchina un incubo al quadrato.

Quando siamo tutti in piedi si capisce che sarà una giornata piena e dura. Oggi Michelangelo ha deciso di diventare un bambino normale e non l’angelo dai capelli rossi che è sempre stato da quando è nato. Ha deciso che non ne vuole sapere di niente e di nessuno se non di stare in braccio a me.

La  fata tata che nel frattempo è arrivata e che cerca di ridare un senso a quella cosa chiamata casa che è il nostro appartamento “in trasloco verso non si sa dove”,  tenta di tenerlo impegnato con dei giochi mentre con una bacchetta magica riordina lo strato del week end. Ma niente oggi è tutto mammamammamamma. Non so se è più penetrante lui o il martello pneumatico che continua a risuonare come un basso perforante fin dentro le ossa. Dunque né io né la fata tata riusciamo a fare niente. A sto punto mi alzo dal computer e decido di portarlo fuori. Almeno lei fa qualcosa e forse io riesco almeno a  telefonare.

Dopo pochi minuti sono seduta a un baretto all’aperto con un cappuccino mezzo versato sul tavolino, il telefono tra il collo e l’orecchio e l’infante arrampicato addosso con una mano sulla mia testa e l’altra nella mia bocca.  Turisti che ridono. Meglio andare. Prima che madre lavoratrice con bambino diventi una delle maggiori attrazioni della città.

Riprendo passeggino e passeggio. Lui si distrae con le bancarelle del mercato di Campo dei Fiori e io riesco a fare quelle due tre telefonate importanti. Parlo anche con Anna di Moms@work che ho incontrato da poco nel “paese reale” dopo averla conosciuta in rete, e ragioniamo di come unire le forze e far incrociare i progetti. Lei di corsa che me la immagino sta dietro a mille cose, con le voci dei suoi bambini in sottofondo, io col fiatone che spingo con una mano e se mi fermo parte l’urlo di Tarzan. Mi viene da ridere. Ma ridere è buon segno mi dico. Non so che cosa esattamente mi abbia fatto tornare il buon umore.  Forse il pensiero che chi si ferma è perduto. Che bisogna continuare a lottare. Che non è bene darsi per vinte e abbandonare il campo da gioco quando le cose sembrano più difficili e i sogni sono in frantumi.

O forse il fatto che mentre  tentavo di rientrare a casa e urlavo come un ossessa al manovratore del martello pneumatico  di posare un secondo l’aggeggio, il tempo di farmi passare con passeggino piegato in spalla e bambino piovra in braccio, passa  Gianni Minoli, uno degli uomini più potenti della televisione italiana,  a cui sarei dovuta andare a chiedere un lavoro, e mi lancia uno sguardo dolce ma un po’ patetico e molto molto eloquente: mestiere difficile fare la mamma…

No un attimo dottore ecco un secondo io sarei un’autrice se avesse un secondo per leggere il mio curriculum e i miei lavori…Ma tutto questo resta nella mia mente. Lui passa, mi sorride, e se ne va. Il martello pneumatico non si ferma e io e il bambolotto attraversiamo il portone di corsa in una nuvola di polvere e frastuono.

Tutto normale, no? Dov’ è la roba dell’altro mondo dite voi?

Qui.

Entro finalmente  nella mia quasi ex casa, appoggio la creatura nel suo box e due cose avvengono nel medesimo istante: lui scoppia a piangere come un cicciobello col bottone pigiato su on e il telefono squilla. Decido chi far smettere prima e mi sembra più facile il telefono. Corro a rispondere.

Non ci crederete:  la sua voce suadente che accompagna l’immagine rassicurante dell’uomo brizzolato, “Salve sono Pierferdinando Casini” Ehhhhhhh? Per un attimo resto stordita ma l’urlo di Tarzan nell’altra stanza mi ripiglia al volo e mi riporta lì al telefono a sentire la voce registrata di Pierferdi che mi chiede il voto in cambio di una più alta considerazione della famiglia.

Poi uno si chiede che c’hai da ridere.

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silvia ferreri on marzo 22nd 2010 in figli, lavoro femminile, madri lavoratrici, vita quotidiana

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